Il ballo del massone

Il braccio di ferro tra la massoneria e la commissione Antimafia è finito con la guardia di finanza nelle sedi di quattro logge. Gli agenti hanno sequestrato pochi giorni fa gli elenchi degli iscritti in Calabria e Sicilia dal 1990 del Grande Oriente d’Italia, della Gran Loggia Regolare d’Italia, della Serenissima Gran Loggia d’Italia e della Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori. La presidente della Commissione, Rosi Bindi, aveva chiesto ai gran maestri di consegnare gli elenchi ma loro, pur essendo più volte andati in Commissione, si erano opposti «per evitare di violare la legge sulla privacy». Ma non c’è stato niente da fare. La Commissione indaga da tempo su presunti rapporti tra iscritti alla massoneria e mafiosi. Una delle questioni di cui si sta occupando l’organismo guidato dalla Bindi è come sia possibile che a Castelvetrano, paese dove è nato e cresciuto Matteo Messina Denaro, ci sia un numero molto alto di logge massoniche (una soltanto del Goi che peraltro ha già consegnato i propri elenchi alle forze dell’ordine). In Sicilia attualmene gli iscritti al Grande Oriente d’Italia sono 2.208 mentre in Calabria 2.635. In tutta Italia 23 mila, divisi in 850 logge. Segue la Gran Loggia d’Italia, con quasi 9 mila aderenti. Le altre due ne hanno circa tremila.

È amareggiato Stefano Bisi, il gran maestro del Grande Oriente d’Italia. Soltanto pochi giorni fa è stato impegnato a Norcia. Ha portato al Comune il progetto, finanziato proprio dalla loggia, per rifare l’illuminazione dell’impianto sportivo della città terremotata. Ieri è rimasto molto stupito di trovarsi di fronte i finanzieri alla ricerca degli elenchi degli iscritti calabresi e siciliani. «Ricordo che appena la presidente Bindi ha detto che avrebbe sentito i gran maestri io mi sono messo a disposizione. Era luglio, sono stato convocato ad agosto. Non mi aspettavo il sequestro degli elenchi».
Gran Maestro Bisi, crede che il sequestro servirà a fare chiarezza? «Non ha senso e non era mai avvenuto se non nel 1992 quando un magistrato dispose il sequestro e poi la vicenda finì in un’archiviazione. Mi sembra che si voglia criminalizzare un’associazione di persone».
Che effetto le ha fatto trovarsi di fronte i finanzieri? «Non abbiamo avuto problemi, i tredici finanzieri mandati qui hanno eseguito un ordine. Dispiace invece che ci siano ancora membri della commissione che sostengono di essere stati costretti al sequestro perché noi non avremmo collaborato. Ma sono stati chiesti gli elenchi degli iscritti a quei partiti in cui ci sono stati esponenti finiti in inchieste giudiziarie? Non mi risulta».
Teme che i nomi diventeranno pubblici? «La presidente Bindi ci ha chiesto il livello di segretezza degli elenchi. Per noi è assoluto: per il rispetto di tanti fratelli che per colpa di una decisione che non ha precedenti possono essere perseguitati sui loro posti di lavoro. Ma questa è anche una battaglia per tutti i cittadini e per far riconoscere un diritto sancito dalla Costituzione. In ogni caso se gli elenchi dovessero diventare pubblici se ne assumerebbe la responsabilità la commissione».
Qualche iscritto l’ha chiamata allarmato? «No. Ma i fratelli sono arrabbiati perché ritengono che la commissione abbia realizzato un sopruso ai loro danni».
Pensa che gli elenchi siano stati sequestrati anche per ottenere visibilità politica? «Voglio sperare che in questo paese non si arrivi a tanto, a usare la massoneria per fare propaganda».
È stupito ma sereno il gran maestro Antonio Binni, alla guida della Gran Loggia d’Italia da tre anni e mezzo. Scandisce le parole e non si scompone. Ribadisce, però, che gli elenchi non devono diventare pubblici.
Gran maestro Binni, immaginava che la commissione Antimafia avrebbe sequestrato i vostri elenchi? «No. Di fronte alle richieste della commissione di fornire i nomi degli iscritti ho sempre replicato che non avrei violato la legge sulla privacy».
Ma la commissione ha deciso di sequestrarli… «Ne prendo atto e sto ottemperando all’ordine di consegna con spirito collaborativo».
Teme che quei nomi possano diventare pubblici? «Mi auguro che ci sia il rispetto della segretezza».
Se lo augura, ma crede che ci sarà? «Ci credo».
Ha ricevuto telefonate da parte di iscritti alla Gran Loggia d’Italia preoccupati per la situazione? «No, non ancora, del resto la decisione della commissione Antimafia è stata appena presa. Ma siamo molto sereni, non abbiamo timori».
Ma lei ha mai avuto sentore di problemi nelle logge massoniche in Calabria o Sicilia? «No e l’ho detto anche alla presidente Bindi quando sono stato ascoltato in commissione».
Se ci fossero stati problemi cosa avrebbe fatto? «Ovviamente sarei intervenuto con tempestività, avrei sospeso la loggia eventualmente coinvolta e tutti i suoi componenti».
Cosa le dà più dispiacere in questa vicenda? «Trovo che azioni di questo genere feriscano il principio della libertà di associazione. Vorrei che fosse chiara la differenza tra il singolo associato e l’associazione. Il primo può violare il vincolo associativo ma è soltanto lui il responsabile».
Insomma dice di non scaricare le eventuali colpe di qualche iscritto alla massoneria su tutta l’organizzazione… «Esatto. Sarebbe come se considerassimo colpevole l’intera Chiesa di fronte al comportamento di alcuni preti pedofili. Invece distinguiamo le due cose e continuiamo a rispettare la Chiesa. Questo è un principio che va riaffermato con forza»

 

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Sui vitalizi la sfida del M5S. Asse con i renziani (forse)

Stavolta potrebbero farcela. L’asse (inedito) tra parlamentari 5 Stelle e renziani tenterà di bloccare i vitalizi per quasi seicento parlamentari, quelli che matureranno il diritto all’assegno il prossimo 15 settembre.
Questa mattina il MoVimento 5 Stelle presenterà una proposta di delibera agli uffici di presidenza della Camera e del Senato che prevede di bloccare il vitalizio ai deputati e ai senatori al primo mandato e di dirottare i contributi versati agli istituti di previdenza a cui sono iscritti i singoli onorevoli. Una strategia su cui gli esponenti 5 Stelle avrebbero già incassato il via libera da alcuni parlamentari vicini a Matteo Renzi, che nelle ultime settimane non ha nascosto la preferenza per elezioni a giugno (o al massimo a settembre) anche per evitare che gli ennesimi vitalizi maturati possano diventare una freccia importante all’arco del MoVimento di Grillo e Casaleggio che si batte da tempo per la cancellazione dei privilegi della casta. Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio (M5S) ha annunciato due giorni fa: «Gli altri partiti sono tutti contenti perché si avvicinano alla pensione di settembre, ma lunedì avranno una brutta sorpresa».
E se il Pd ha avanzato la vecchia proposta di Matteo Richetti (uno dei collaboratori più stretti dell’ex presidente del Consiglio) che punta a equiparare gli assegni dei parlamentari alle pensioni di tutti gli altri italiani, il colpo a sorpresa sarebbe condividere con il MoVimento 5 Stelle il testo della delibera da sottoporre agli uffici di presidenza delle due Camere.
Una soluzione che prevederebbe di non far perdere agli onorevoli i contributi versati, pari, in tutto, a circa 20 milioni di euro. Ma alcune centinaia dei quasi seicento deputati e senatori coinvolti dall’«operazione» non sono d’accordo. Perderanno la certezza di avere quasi mille euro al mese dal compimento dei 65 anni (sempre che non riescano a ricoprire più anni di mandato: in quel caso avrebbero diritto all’assegno anche a 60 anni).
Le regole sono chiare: prevedono che gli ex parlamentari ottengano la pensione a 65 anni dopo aver ricoperto un mandato di almeno 4 anni 6 mesi e un giorno. Ogni mese deputati e senatori versano un contributo pari all’8,80 per cento dell’indennità parlamentare lorda, più o meno 750 euro. Soldi che vengono messi dal Parlamento in un fondo, in cui confluiscono anche i contributi pagati da Camera e Senato (circa 1.400 euro al mese per ogni rappresentante).
I numeri. I deputati e i senatori eletti nel 2013 per la prima volta sono 591 (su 945): 399 deputati e 192 senatori. Una maggioranza che coinvolge tutte le forze politiche, anche se la parte del leone la fanno proprio il Pd e il M5S. E visto che tanti onorevoli non saranno nemmeno ricandidati, alcuni di loro preferirebbero conquistare almeno l’assegno che incasserebbero materialmente tra alcuni anni (in certi casi decenni) ma pazienza. Eppure con il provvedimento che sarà presentato oggi il nodo verrà inevitabilmente al pettine. Chi firmerà la proposta del M5S? I renziani avrebbero assicurato di essere disponibili anche se nessuno di loro fa parte dell’ufficio di presidenza. Ma non è escluso che sarà lo stesso Matteo Renzi a chiedere pubblicamente ai suoi di convergere sullo stop ai vitalizi per evitare di lasciare troppo campo ai pentastellati. Comunque andrà gli italiani continueranno a pagare ancora 2.600 assegni al mese (compresa la reversibilità) agli ex parlamentari. Vedremo come andrà a finire. Ad ogni modo gli ex onorevoli avranno la buonuscita. Ognuno di loro, infatti, mette in uno specifico fondo 784,14 euro al mese per ricevere l’assegno di fine mandato, pari all’80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore a sei mesi): intorno ai 45 mila euro. Una bella consolazione.

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Di Maio: “Ci attaccano ma Roma migliora”

dimaio

Non indietreggia di un millimetro. Ribadisce l’impegno del MoVimento 5 Stelle per cambiare il Paese, difende Virginia Raggi, elenca i risultati ottenuti, attacca i giornalisti che usano due pesi e due misure e assicura: «Andremo al governo». Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e candidato premier in pectore del M5S, guarda avanti. Un giorno Grillo gli disse sconsolato: «Maledetto, sei tu il leader!».
Accuse, inchieste, polemiche. I suoi sms (parziali) sui giornali. Di Maio, si sente sotto assedio?
«Colpiscono me per colpire il MoVimento. Non lo direi se ci fossero notizie fondate ma qui ci sono soltanto fake news che puntano a evitare di farci vincere le prossime elezioni. Pochi giorni fa quando Repubblica, Corriere e Messaggero mi hanno accusato in modo strumentale e con prove false (soprattutto Repubblica), ho ricevuto solidarietà da un cronista precario della mia età che mi ha fatto notare che la perdita di credibilità causata da quegli articoli logorerà non i “grandi” giornalisti che hanno scritto quelle cose e che sono garantiti ma proprio i precari, quelli che guadagnano quattro euro a pezzo. Per questo ho deciso che i risarcimenti che avrò da quei quotidiani li metterò in un fondo per aiutare i giornalisti precari».
Il rapporto tra i cronisti e il M5S è stato sempre difficile.
«Non voglio attaccare tutti i giornalisti, ci sono anche quelli che fanno il loro mestiere con passione e professionalità».
Quali sono le accuse che l’hanno colpita di più?
«Mi amareggia l’effetto “fango nel ventilatore”. Hanno scritto che avrei coperto Marra (l’ex braccio destro del sindaco Raggi sotto inchiesta, ndr), mi hanno fatto passare come uno che ha difeso un dirigente accusato di corruzione. Poi quegli articoli sono diventati l’apertura dei Tg. Ecco, mi fa male che su una falsità si sia costruita una campagna contro di me. Campagna che ho smontato, mostrando senza problemi le conversazioni tra me e la sindaca, ma se non avessi avuto in memoria i messaggi sarebbe stato tutto molto più difficile».
Si aspettava un inizio così complicato a Roma?
«Mi aspettavo un assedio mediatico e i due pesi e le due misure degli osservatori, basta vedere come è stata minimizzata l’inchiesta che riguarda il padre di Renzi e il suo braccio destro. È una strategia per dividerci e noi non dobbiamo cadere in questa trappola».
In Campidoglio ci sono stati errori. La Raggi e il M5S hanno puntato su alcune persone sbagliate, come Marra e Romeo. Non crede?
«Chi ci rimprovera è soprattutto quella classe dirigente che non ha mai capito, per anni, che queste due persone andavano allontanate. Marra e Romeo lavoravano in Campidoglio da tempo, il primo c’era con Marino ed è stato pure promosso nell’era Alemanno, peraltro aveva anche due onorificenze della presidenza della Repubblica. Inoltre le accuse che lo riguardano si riferiscono a prima che arrivasse il M5S, non a caso Scarpellini (imprenditore anche lui indagato, ndr) ha fatto i nomi di esponenti del Pd. Comunque ho smesso di chiedere scusa e di sentirmi in colpa. Ci attacca chi non è riuscito in sette mesi a consegnare le casette ad Amatrice o chi, come Renzi e Nardella a Firenze, non ha avuto negli ultimi anni un bilancio approvato dalla Corte dei conti. Il punto è che qualcuno vuole sostenere la falsa idea che noi saremmo degli incompetenti, anche se abbiamo fatto più tagli agli sprechi in sette mesi a Roma che gli altri in dieci anni».
Eppure ci sono divisioni anche nel M5S. Per qualcuno di voi sarebbe meglio che la Raggi si dimettesse…
«Alcuni di noi si sono fatti strumentalizzare dai media. Anch’io ho spesso idee differenti rispetto al gruppo parlamentare ma non le sbandiero, ne parlo con gli altri. Le divergenze ci sono sempre, e ovviamente è un bene, ma poi vengono amplificate e spesso pure falsificate».
Quindi lei ritiene che Roma stia migliorando?
«Io lavoro sui fatti. Abbiamo tagliato 40 milioni di sprechi, ne abbiamo destinati 18 per i servizi ai cittadini, ci saranno 130 nuovi bus, abbiamo approvato per primi il bilancio, stiamo portando avanti progetti di città intelligente. Il problema è che queste cose non escono mentre la Giunta è costretta a muoversi sotto una pressione incredibile. Il sindaco di Milano ha tre indagini, il presidente della Regione Abruzzo è indagato per corruzione. Fossero dei 5 Stelle ne avrebbe parlato anche Al Jazeera».
L’ultima polemica è sullo stadio della Roma. Si farà?
«È una questione che riguarda la Giunta. Così come ci sono altri problemi molto importanti che riguardano gli italiani e i romani. Mi riferisco al lavoro, alla scuola e al futuro dei più piccoli. Mi colpisce il fatto che l’Italia sia l’ultimo Paese d’Europa per crescita, tre anni fa era terzultima ma ora paghiamo i danni del governo Renzi».
Pensa davvero che il M5S possa arrivare al 40% dei voti alle prossime elezioni?
«A novembre 2016 avevo dei dubbi, poi ho visto il risultato del referendum. Non voglio intestarmi quel 60%, ci mancherebbe, ma all’epoca volevano convincerci che sarebbe stato un testa a testa. Alle elezioni sarà tutto possibile per due motivi: i sondaggi ancora ci sottostimano, e poi nella campagna elettorale diventerà evidente la contrapposizione tra noi e loro, cioè noi e tutti gli altri. Il primo provvedimento del governo Gentiloni è stato sulle banche, il nostro sarà sul reddito di cittadinanza. Possiamo arrivare al 40%».
Con l’Italicum sarebbe stato più facile vincere…
«Noi l’abbiamo contrastato. L’ha fatto anche la Corte costituzionale. Ora è giusto andare a votare il prima possibile armonizzando le leggi elettorali di Camera e Senato».
Crede che gli altri partiti si opporranno?
«Bè, basta sentire l’audio del ministro Delrio. Nel Pd c’è una questione di poltrone e dunque lunghe trattative. Dovrebbero, invece, stabilire, come noi, un limite ai mandati e rispettarlo».
Niente alleanze?
«Le facciamo solo con i cittadini».
Non la suggestiona un’intesa con il fronte anti-establishment di Salvini e la Meloni?
«Ma loro hanno governato a lungo questo Paese, la Lega aveva pure una banca. Hanno preso milioni di finanziamenti pubblici, poi si sono riciclati. Sarebbero loro il fronte anti-establishment?».
Quanto manca al M5S Gianroberto Casaleggio?
«Tantissimo. Ma le persone che oggi lavorano con noi hanno imparato molto da lui e possiamo farcela. Mi dispiace soltanto che non si è goduto le vittorie più grandi del M5S».
E Beppe Grillo resterà in prima linea?
«È una roccia e ci sarà sempre».

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Di Maio, la Raggi e “Repubblica”. Se questo è giornalismo

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Ovviamente si può essere a favore o contro il MoVimento 5 Stelle. Si possono condividere le battaglie, i toni, la visione delle cose degli attivisti. Oppure no. Si può pensare (come me) che ci sia un accanimento mediatico contro il sindaco Raggi e il Campidoglio senza negare che in questi sette mesi di governo capitolino sono stati commessi degli errori (anche gravi). Si può ritenere (come me) che l’attenzione ossessiva su Roma distoglie energie e intelligenze dalle priorità del Paese e di questo mondo. Mentre in cima all’agenda mediatica c’è l’assessore (ex) Berdini la disoccupazione giovanile aumenta, i cinquantenni perdono il lavoro, l’antieuropeismo e il trumpismo (con tutte le loro distorsioni) conquistano terreno. Si può condividere tutto questo o no. Ma in ogni caso non si dovrebbe mai far credere che le proprie opinioni e i propri pregiudizi legittimi siano invece fatti. Ieri “Repubblica” ha compiuto un’operazione spregiudicata. Il messaggio di Di Maio nella chat con la Raggi – “Quanto alle ragioni di Marra, lui non si senta umiliato. E’ un servitore dello Stato. Sui miei, il MoVimento fa accertamenti ogni mese” diventa (pure in prima pagina e virgolettato) “Marra è uno dei miei, un servitore dello Stato”. Gli altri giornali hanno pubblicato quel messaggio (si è saputo dopo che era parziale ma del resto era l’unico che avevano recuperato i giornalisti) ma non l’hanno truccato per dare l’idea che Di Maio considerasse Marra uno dei suoi più stretti collaboratori, come ha fatto invece “Repubblica” distorcendone il senso per accusare Di Maio e il M5S. Una volta era una regola dei giornalisti: separare i fatti dalle opinioni. Adesso capita sempre più spesso di trovarsi di fronte ad articoli faziosi e orientati politicamente.

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Dieci anni di “tagli” ma il Parlamento ci costa ancora 1 miliardo e mezzo

Dieci anni di inchieste. Dieci anni di indignazione. Di denunce e anche, ovviamente, di promesse mancate. Perché la «casta» ha preso in mano le forbici più volte ma i tagli sono stati misurati. Tant’è che la Camera dei deputati, che una volta costava poco più di un miliardo all’anno, ora assorbe 940 milioni. Idem il Senato, anche se la dotazione è poco inferiore ai 500 milioni. La riduzione delle spese, insomma, poteva essere più incisiva. Ma qualcosa è stato fatto. Fino a pochi anni fa gli ex presidenti della Camera e del Senato avevano diritto a ufficio, macchina con autista e 4-5 addetti alla segreteria per tutta la vita. Ora «soltanto» per dieci anni. Peraltro, proprio sull’onda delle polemiche, alcuni ex numeri uno dell’Aula, come Casini e Violante, hanno rinunciato del tutto. Un tempo avevano più privilegi anche i deputati e i senatori questori, quelli che si occupano di amministrare i due Palazzi. Tra cui piccoli appartamenti in via del Corso, all’angolo con piazza del Parlamento. Chiusi anche quelli.
Sono stati ritoccati al rialzo pure i prezzi dei menù di Camera e Senato. Al ristorante di Palazzo Madama per un pranzo completo fino al 2011 si potevano spendere pochi euro. Un piatto di penne all’arrabbiata costava 1,60 euro, un pesce spada alla griglia 3,55, prosciutto e melone 2,33 euro, un carpaccio di filetto con salsa al limone 2,76 euro. Dal 2012 i prezzi sono cambiati: 6 euro per gli spaghetti aglio, olio e peperoncino o una carbonara, 10 euro per il petto di pollo o per un uovo al tegamino, 5,35 euro per la bresaola con caprino. Anche le auto blu sono diminuite e leggermente gli stipendi dei parlamentari, di fatto composti da alcuni rimborsi a forfait e dall’indennità (il vero e proprio compenso). Quest’ultima è pari a poco più di 10 mila euro lordi (5 mila netti). Nel 2006 l’indennità è stata ridotta del 10%. Dal 2007 è stata disposta, per 5 anni, la sospensione degli adeguamenti retributivi. Una misura prorogata fino al 2013. Peraltro per il triennio 2011-2013, l’indennità è stata di nuovo tagliata del 10% per la parte eccedente i 90 mila euro e del 20% per la parte eccedente i 150 mila euro lordi annui. Un altro taglio c’è stato all’inizio del 2012 e infine il 20 settembre dello stesso anno l’Ufficio di Presidenza di Montecitorio ha deliberato la stabilizzazione, fino al 2015, delle misure di riduzione dell’indennità parlamentare e di sospensione del suo adeguamento. A conti fatti, tra indennità e rimborsi (la diaria di 3.500 euro al mese e il rimborso spese di 3.690 euro) deputati e senatori ottengono circa 11 mila euro netti al mese. Ovviamente continuano a non pagare i trasporti italiani (aerei, treni e navi), pedaggi, telefoni e computer.
Ma le modifiche più rilevanti sono state due: ai vitalizi e agli affitti degli immobili che ospitavano gli uffici per i parlamentari. Dal 2012 c’è stato per gli onorevoli il passaggio dal sistema previdenziale retributivo a quello contributivo. Dunque l’addio al privilegio di poter ottenere con pochi anni di mandato un assegno di 3 mila euro netti (in aggiunta alla pensione). Adesso, invece, i futuri ex parlamentari si dovranno accontentare di una pensione (a 65 anni) di 900 euro al mese (sempre in aggiunta a quella maturata con il proprio lavoro). Comunque non male per 5 anni di lavoro. Gli italiani continueranno a pagare ancora i vitalizi più pesanti a 2.600 ex (e ai loro parenti più stretti, visto che c’è la reversibilità).
Sono stati anche disdetti i contratti di affitto per il cosiddetto complesso di Palazzo Marini, a due passi dal Parlamento. Un bel risparmio, visto che in diciotto anni solo Montecitorio ha versato a Sergio Scarpellini, il costruttore proprietario di quegli immobili, quasi 500 milioni. In ogni caso tanti privilegi restano ancora. Gli onorevoli hanno la buonuscita. Finita la loro esperienza nelle istituzioni incassano quasi 50 mila euro (per 5 anni di mandato) che possono ottenere dopo sei mesi dalla loro elezione: basta presentarsi in banca e richiedere l’80 per cento della somma. Tasse? Zero (per il resto degli italiani si arriva, invece, al 20 per cento). Poi c’è la super assicurazione, che rimborsa i deputati per danni causati a terzi anche «in caso di ebbrezza» o «per colpa grave» di loro stessi. Ma il vero privilegio è che una quota di questa assicurazione, che costa 1.200.000 euro all’anno, la pagano i cittadini (350 mila euro). Gli onorevoli hanno anche un’ottima assistenza sanitaria: i parlamentari versano ogni mese in uno specifico fondo 526,66 euro e hanno diritto a una serie di cure secondo un tariffario. Meritano un discorso a parte i rimborsi elettorali. Non ci saranno più dal 2018 (la nuova legge prevede che siano i cittadini a versare, se vogliono, soldi ai partiti) ma negli ultimi vent’anni sono stati pari a oltre 2 miliardi, a fronte di spese documentate di poco meno di 580 milioni di euro. Quasi 4 euro per un euro impegnato, altro che rimborsi.

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Grillo, Raggi e il codice etico del Pd. Parla l’avvocato del M5S

canali

L’avvocato Alessandro Canali ha seguito decine e decine di controversie che riguardano il M5S. Ha coordinato il pool di legali che s’è opposto con successo al ricorso sostenuto dal Pd che chiedeva di riconoscere l’ineleggibilità del sindaco di Roma Virginia Raggi. Ora non nasconde la sua soddisfazione e accusa chi ha tentato di usare la giustizia come un’arma politica.

Avvocato Canali, si aspettava la bocciatura del ricorso da parte del tribunale civile?
«Sì me l’aspettavo. È veramente il caso di dire che giustizia è stata fatta. È una sentenza corretta in ogni sua parte e inoppugnabile in linea di diritto».

Il ricorso ha definito il M5S e la Casaleggio Associati, che peraltro non compare nel famoso contratto firmato dai candidati, come associazioni segrete e dunque anticostituzionali.Questa sentenza fa chiarezza anche su questo?
«Certo e ha previsto la condanna alle spese del ricorrente proprio perché la chiamata in causa di Davide Casaleggio era del tutto fuori luogo. Ma onestamente non c’era bisogno di una pronuncia del tribunale per capirlo: bastava leggere il Codice del MoVimento, tra l’altro pubblicato dallo scorso aprile, per capire che la notizia era una bufala».

Ma dunque lei crede che il documento firmato dai candidati, che prevede anche una penale in caso di non rispetto delle norme previste dal MoVimento, sia regolare?
«In primo luogo il Codice non prevede alcuna penale, ma una prequantificazione economica di un possibile danno all’immagine del M5S che i candidati ad una competizione importante accettano liberamente. È una cosa ben diversa. Un danno per diffamazione può sempre essere richiesto anche senza la sottoscrizione di alcun Codice. Con la firma i candidati accettano una fascia di valore che sarà richiesta loro in caso gli stessi diffamino il M5S. Non vedo alcun vizio o alcuna irregolarità in questo».

Come pensa possa terminare, invece, la controversia che coinvolge i due eurodeputati che hanno lasciato il M5S? Dovrebbero pagare una penale di 250 mila euro ciascuno, peraltro già destinati da Grillo ai cittadini colpiti dal sisma nel centro Italia…
«L’impegno a pagare queste cosiddette “penali” è in primo luogo un impegno etico e non carta straccia come detto da alcuni. Se io mi impegno nei confronti degli elettori a rispettare queste regole e poi non le rispetto violo un obbligo morale anche se poi non potrò essere costretto al pagamento da un tribunale. Evidentemente la violazione di questi impegni andrà a pesare sulla credibilità di chi la pone in essere. Moralmente dovrebbero pagare queste somme avendo liberamente sottoscritto questo tipo di impegno al momento della candidatura».

Pensa che il ricorso presentato da un avvocato vicino al Pd sia stato usato come una clava «politica» contro la Raggi?
«Bè, questo è evidente. Una senatrice del Pd se ne è anche assunta la responsabilità e nessuno dei suoi colleghi in questi giorni ha preso le distanze da un’azione evidentemente politica e che ha tentato di utilizzare strumentalmente la Giustizia. Tentativo fallito».

Sta seguendo anche altri procedimenti che riguardano il M5S? Ne avrà di lavoro…
«Come ogni movimento politico, anche il M5S ha alcuni contenziosi correlati prevalentemente ai provvedimenti disciplinari. Solo che di noi si parla in continuazione mentre non si legge mai nulla su quelli del Pd, per esempio. Tra l’altro le dico, come abbiamo anche fatto notare nei nostri atti, che il Pd nel 2008 adottò un codice etico che prevede l’obbligo etico di dimissioni in alcuni casi. Non le pare strano che nessuno ne parli?».

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Piccolo elogio della dis-connessione

Lo dice qualsiasi tecnico informatico più o meno attrezzato quando il computer si blocca o non funziona come dovrebbe: spegni e riaccendi.

È il primo comandamento di quest’era tecnologica, in cui registrare e condividere è diventato più importante di vedere e vivere.

Ebbene proprio nell’epoca dell’Internet delle cose e dei big data qualcuno dovrebbe cimentarsi in un elogio della disconnessione. Che suona come un non essere ma che, in realtà, come già insegnava Platone nel Sofista, è un “essere altro”. In questo caso un “altrove“, un luogo in cui tornare a un approccio più semplice basato sui nostri sensi e sulla memoria senza i suoni in sottofondo di messaggi, chat e telefonate.

Senza l’ansia di dover raccogliere foto, video o conversazioni (quasi mai illuminanti). Archivi, peraltro, messi al sicuro in chiavette usb dimenticate chissà in quale cassetto.

Ecco la grande illusione tecnologica, che poi è la stessa di quando ancora non c’erano telefonini, App e quant’altro: l’idea di poter controllare tutto, di avere tutto a disposizione, di poterlo conservare, di renderlo immortale, di tramandarlo.

Piuttosto dovrebbero scriverlo nelle istruzioni di telefoni, tablet e computer, allo stesso modo degli avvisi choc sui pacchetti di sigarette: “Si raccomandano frequenti dis-connessioni”.

Per non dimenticare che dovremmo continuare a guardare il mondo con i nostri occhi e non soltanto attraverso uno schermo. Che, magari approfittando di guasti momentanei, potremmo spegnere senza riaccendere. Almeno per un po’.

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