Renzi salvato dal popolo di Bersani

Matteo Renzi

Alle primarie di ieri il Pd ha perso un milione di voti rispetto al 2013 (ancora di più se si considerano i numeri delle precedenti consultazioni). Ma quasi due milioni di persone ai gazebo sono comunque un buon risultato, di sicuro sopra le aspettative. Ho visto tanti anziani in fila (è la conferma che i Democratici non riescono ad attrarre i giovani). Proprio loro, gli elettori più vecchi e più legati a logiche di appartenenza partitica e ideologica, hanno permesso a Matteo Renzi di tornare in campo (nonostante il suo annuncio di lasciare la politica se gli italiani avessero bocciato il referendum dello scorso 4 dicembre). È la legge del contrappasso: il popolo di Bersani, quello affezionato alla “ditta”, quello che vota il Pd perché lo considera ancora un partito di sinistra e che non ama internet, ha salvato l’ex premier. Forse dovrebbe rifletterci anche Renzi, prendendo atto che la sua intenzione (giusta) di trasformare il Pd in un partito moderno e adeguato alle grandi sfide di questi anni seguendo l’esperienza di Tony Blair e del suo New Labour, è fallita. Ora ha una seconda possibilità.

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Berlusconi in campo e presto candidato. Il miracolo del proporzionale

silvio

La parola magica che restituirà al Cavaliere un ruolo centrale e anche l’«agibilità politica» (che difficilmente arriverà a breve dalla Corte europea) è «proporzionale». Proprio così. Perché il sistema elettorale attuale (precisamente due diversi, uno alla Camera e uno al Senato, che dovrebbero essere almeno armonizzati) permetterà a Silvio Berlusconi di evitare di dover trovare un candidato premier. Semplicemente, non ce ne sarà bisogno. Con il proporzionale e tre poli, ciascuno dei quali, più o meno, al 30 per cento dei voti, nessuna coalizione vincerà le elezioni e dunque saranno decisive le trattative successive che daranno al Cavaliere la possibilità di confrontarsi con i Democratici.

L’alternativa sarebbe un’intesa tra il M5S e la Lega. Se ne parla ma difficilmente Casaleggio e Grillo rinunceranno a uno dei principi che ha portato i 5 Stelle al vertice del Paese: il no alle alleanze con i vecchi partiti.

Ma gli effetti del proporzionale sui piani di Berlusconi vanno oltre. Il sistema elettorale permetterà al Cavaliere non solo di non indicare un candidato premier e di restare centrale per le trattative post voto, ma anche per dribblare l’ipotesi di Lega e Fratelli d’Italia di formare un listone elettorale comune. Invece l’ex premier potrà decidere liberamente le candidature. L’idea del Cavaliere è di mettere nuovi volti nelle liste per la Camera, sfruttando anche la possibilità di stabilire capilista bloccati, e gli uscenti (più noti ma con meno appeal elettorale) al Senato dove, con le preferenze, c’è bisogno di un impegno finanziario maggiore.

Non è tutto. Il «magico» proporzionale potrebbe consentire a Berlusconi anche di ricandidarsi dal 2019, quando avrà 83 anni. Quell’anno, infatti, terminerà il periodo di sua incandidabilità previsto dalla legge Severino. Con un pizzico di fantapolitica si potrebbe immaginare che la prossima legislatura (dal 2018) possa durare poco, vista la mancanza di vincitori alle elezioni e di lunghe intese di governo. E dunque il Cavaliere potrebbe essere di nuovo in campo, sfruttando una narrazione a quel punto quasi mitologica. Un (eterno) ritorno al 1994. Funzionerà?

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La Bindi lascia la poltrona. Evviva!

bindi

L’annuncio è il segno che un’era geologica si sta chiudendo e spingerebbe una buona fetta di elettori a stappare le bottiglie di spumante, anche se in politica la prudenza non è mai troppa. Rosy Bindi l’ha detto chiaro e tondo in un’intervista al «Fatto quotidiano»: «Ho lavorato in questo Palazzo (il Parlamento, ndr) per ventitr é anni, e prima ancora altri cinque a Strasburgo. La passione mi ha tenuta viva e integra. Fare politica non è un mestiere, ed è impossibile servirla senza quel fuoco che arde. Finita questa legislatura lascerò il campo». L’argomentazione sembrerebbe richiamare la più classica vicenda della volpe e l’uva (a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca diceva Andreotti), visto che difficilmente la Bindi potrebbe essere candidata di nuovo dal Pd a trazione renziana. Anche per questo non è strano che accusi l’ex premier, rivendicando addirittura il tentativo di ostacolarlo già da quando scalò il partito per candidarsi a sindaco di Firenze. Peccato che, in quell’occasione, Renzi vinse le primarie con 15 mila voti. Ma evidentemente per la Bindi la volontà degli iscritti, cioè la democrazia, è un dettaglio: «Ho guardato con preoccupazione l’ascesa di Renzi – ribadisce – Sono stata tra i pochi ad essere contraria alla decisione di Bersani di modificare lo statuto per permettergli di candidarsi alla presidenza del Consiglio».
Chiaramente la Bindi non è mai sfiorata dal dubbio che le tensioni politiche e sociali che attraversano la nostra società siano state provocate anche dalla cattiva politica di chi, come lei, è rimasto quasi trent’anni nel Palazzo senza riuscire a migliorare le cose (anzi). Lei rigetta ogni responsabilità: «Non è messa bene la politica. Di fronte a sfide inedite come il terrorismo, l’immigrazione e le disuguaglianze crescenti, questo sembra un tempo senza pensiero e senza prospettive per il futuro, con leadership inquietanti da Trump a Putin. Non solo da cattolica ma da politica mi sento di affermare che l’unico punto di riferimento è papa Francesco, per quello che dice e che fa». Ma dove è stata la Bindi negli ultimi 28 anni? Verrebbe la voglia di strillare. Lei non risparmia la stoccata ai grillini: «Non fanno parte di una comunità, non hanno linguaggi e idee condivise», dice. E il Pd? Per Rosy il problema è soltanto che «troppo spesso sembriamo inseguirli sul loro terreno. Ieri sullo streaming e sui costi della politica e oggi sulla legge elettorale. Al mio paese si chiama sudditanza». Ci risiamo. Un po’ di autocritica da chi ha passato tutto questo tempo in politica e si ritrova in un Paese in ginocchio sembrerebbe il minimo. Ma niente. Eppure dove la Bindi si supera è quando parla del suo atteggiamento nel suo incarico attuale: «Ho scelto di esercitare il mio ruolo istituzionale di presidente della commissione Antimafia. (…) In questi anni ho concentrato le mie energie a far lavorare bene la commissione nel contrasto alle mafie e alla corruzione che deve diventare una priorità». Anche qui la Bindi dimentica il «processo» al sindaco Raggi e all’allora assessore all’Ambiente, in cui la domanda più in voga fu «Avete avvertito dell’indagine i vertici del vostro partito?» benché si doveva discutere di mafie infiltrate nel ciclo dei rifiuti. O quando ha spedito i finanzieri a sequestrare centinaia di volumi con le iscrizioni a quattro logge della massoneria benché i gran maestri delle rispettive obbedienze si fossero messi a disposizione. O ancora quando la Commissione ha cavalcato l’inchiesta della Procura di Torino sulle presunte infiltrazioni della ’ndrangheta nella curva della Juventus. Ha convocato pure Andrea Agnelli. In effetti è l’ora di guardare altrove, anche per la Bindi. «Ma non mi ritirerò a vita privata (…). Vedo un gran bisogno di formazione alla politica». Oddio, ci sarà pericolo?

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Meno tasse per tutti. Ma non per gli italiani

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Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori. Ma, soprattutto, un popolo di tartassati. Non ci volevano particolari approfondimenti tecnici per rendersene conto ma stavolta anche i magistrati contabili hanno lanciato l’allarme: metà dello stipendio dei lavoratori italiani se ne va per imposte e contributi. Con il risultato che i dipendenti devono accontentarsi di una busta paga «sgonfiata» e le aziende sostenere spese esagerate. In un diabolico rapporto che, dice la Corte dei conti, «eccede di ben 10 punti l’onere che si registra mediamente nel resto d’Europa». Ma c’è ancora qualcosa di peggio. Non siamo solo tartassati ma pure sbeffeggiati da tanti politici che assicurano (da decenni) che taglieranno le tasse. Mostrano grafici, ipotizzano aliquote più basse, si dilungano sulla strategia «per mettere più soldi nelle tasche degli italiani». Ma le cose non cambiano. Basterebbe un po’ di buonsenso: se non riuscite ad abbassare le tasse (né a farle pagare a tutti) almeno evitate di prenderci in giro.

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Il ballo del massone

Il braccio di ferro tra la massoneria e la commissione Antimafia è finito con la guardia di finanza nelle sedi di quattro logge. Gli agenti hanno sequestrato pochi giorni fa gli elenchi degli iscritti in Calabria e Sicilia dal 1990 del Grande Oriente d’Italia, della Gran Loggia Regolare d’Italia, della Serenissima Gran Loggia d’Italia e della Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori. La presidente della Commissione, Rosi Bindi, aveva chiesto ai gran maestri di consegnare gli elenchi ma loro, pur essendo più volte andati in Commissione, si erano opposti «per evitare di violare la legge sulla privacy». Ma non c’è stato niente da fare. La Commissione indaga da tempo su presunti rapporti tra iscritti alla massoneria e mafiosi. Una delle questioni di cui si sta occupando l’organismo guidato dalla Bindi è come sia possibile che a Castelvetrano, paese dove è nato e cresciuto Matteo Messina Denaro, ci sia un numero molto alto di logge massoniche (una soltanto del Goi che peraltro ha già consegnato i propri elenchi alle forze dell’ordine). In Sicilia attualmene gli iscritti al Grande Oriente d’Italia sono 2.208 mentre in Calabria 2.635. In tutta Italia 23 mila, divisi in 850 logge. Segue la Gran Loggia d’Italia, con quasi 9 mila aderenti. Le altre due ne hanno circa tremila.

È amareggiato Stefano Bisi, il gran maestro del Grande Oriente d’Italia. Soltanto pochi giorni fa è stato impegnato a Norcia. Ha portato al Comune il progetto, finanziato proprio dalla loggia, per rifare l’illuminazione dell’impianto sportivo della città terremotata. Ieri è rimasto molto stupito di trovarsi di fronte i finanzieri alla ricerca degli elenchi degli iscritti calabresi e siciliani. «Ricordo che appena la presidente Bindi ha detto che avrebbe sentito i gran maestri io mi sono messo a disposizione. Era luglio, sono stato convocato ad agosto. Non mi aspettavo il sequestro degli elenchi».
Gran Maestro Bisi, crede che il sequestro servirà a fare chiarezza? «Non ha senso e non era mai avvenuto se non nel 1992 quando un magistrato dispose il sequestro e poi la vicenda finì in un’archiviazione. Mi sembra che si voglia criminalizzare un’associazione di persone».
Che effetto le ha fatto trovarsi di fronte i finanzieri? «Non abbiamo avuto problemi, i tredici finanzieri mandati qui hanno eseguito un ordine. Dispiace invece che ci siano ancora membri della commissione che sostengono di essere stati costretti al sequestro perché noi non avremmo collaborato. Ma sono stati chiesti gli elenchi degli iscritti a quei partiti in cui ci sono stati esponenti finiti in inchieste giudiziarie? Non mi risulta».
Teme che i nomi diventeranno pubblici? «La presidente Bindi ci ha chiesto il livello di segretezza degli elenchi. Per noi è assoluto: per il rispetto di tanti fratelli che per colpa di una decisione che non ha precedenti possono essere perseguitati sui loro posti di lavoro. Ma questa è anche una battaglia per tutti i cittadini e per far riconoscere un diritto sancito dalla Costituzione. In ogni caso se gli elenchi dovessero diventare pubblici se ne assumerebbe la responsabilità la commissione».
Qualche iscritto l’ha chiamata allarmato? «No. Ma i fratelli sono arrabbiati perché ritengono che la commissione abbia realizzato un sopruso ai loro danni».
Pensa che gli elenchi siano stati sequestrati anche per ottenere visibilità politica? «Voglio sperare che in questo paese non si arrivi a tanto, a usare la massoneria per fare propaganda».
È stupito ma sereno il gran maestro Antonio Binni, alla guida della Gran Loggia d’Italia da tre anni e mezzo. Scandisce le parole e non si scompone. Ribadisce, però, che gli elenchi non devono diventare pubblici.
Gran maestro Binni, immaginava che la commissione Antimafia avrebbe sequestrato i vostri elenchi? «No. Di fronte alle richieste della commissione di fornire i nomi degli iscritti ho sempre replicato che non avrei violato la legge sulla privacy».
Ma la commissione ha deciso di sequestrarli… «Ne prendo atto e sto ottemperando all’ordine di consegna con spirito collaborativo».
Teme che quei nomi possano diventare pubblici? «Mi auguro che ci sia il rispetto della segretezza».
Se lo augura, ma crede che ci sarà? «Ci credo».
Ha ricevuto telefonate da parte di iscritti alla Gran Loggia d’Italia preoccupati per la situazione? «No, non ancora, del resto la decisione della commissione Antimafia è stata appena presa. Ma siamo molto sereni, non abbiamo timori».
Ma lei ha mai avuto sentore di problemi nelle logge massoniche in Calabria o Sicilia? «No e l’ho detto anche alla presidente Bindi quando sono stato ascoltato in commissione».
Se ci fossero stati problemi cosa avrebbe fatto? «Ovviamente sarei intervenuto con tempestività, avrei sospeso la loggia eventualmente coinvolta e tutti i suoi componenti».
Cosa le dà più dispiacere in questa vicenda? «Trovo che azioni di questo genere feriscano il principio della libertà di associazione. Vorrei che fosse chiara la differenza tra il singolo associato e l’associazione. Il primo può violare il vincolo associativo ma è soltanto lui il responsabile».
Insomma dice di non scaricare le eventuali colpe di qualche iscritto alla massoneria su tutta l’organizzazione… «Esatto. Sarebbe come se considerassimo colpevole l’intera Chiesa di fronte al comportamento di alcuni preti pedofili. Invece distinguiamo le due cose e continuiamo a rispettare la Chiesa. Questo è un principio che va riaffermato con forza»

 

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Sui vitalizi la sfida del M5S. Asse con i renziani (forse)

Stavolta potrebbero farcela. L’asse (inedito) tra parlamentari 5 Stelle e renziani tenterà di bloccare i vitalizi per quasi seicento parlamentari, quelli che matureranno il diritto all’assegno il prossimo 15 settembre.
Questa mattina il MoVimento 5 Stelle presenterà una proposta di delibera agli uffici di presidenza della Camera e del Senato che prevede di bloccare il vitalizio ai deputati e ai senatori al primo mandato e di dirottare i contributi versati agli istituti di previdenza a cui sono iscritti i singoli onorevoli. Una strategia su cui gli esponenti 5 Stelle avrebbero già incassato il via libera da alcuni parlamentari vicini a Matteo Renzi, che nelle ultime settimane non ha nascosto la preferenza per elezioni a giugno (o al massimo a settembre) anche per evitare che gli ennesimi vitalizi maturati possano diventare una freccia importante all’arco del MoVimento di Grillo e Casaleggio che si batte da tempo per la cancellazione dei privilegi della casta. Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio (M5S) ha annunciato due giorni fa: «Gli altri partiti sono tutti contenti perché si avvicinano alla pensione di settembre, ma lunedì avranno una brutta sorpresa».
E se il Pd ha avanzato la vecchia proposta di Matteo Richetti (uno dei collaboratori più stretti dell’ex presidente del Consiglio) che punta a equiparare gli assegni dei parlamentari alle pensioni di tutti gli altri italiani, il colpo a sorpresa sarebbe condividere con il MoVimento 5 Stelle il testo della delibera da sottoporre agli uffici di presidenza delle due Camere.
Una soluzione che prevederebbe di non far perdere agli onorevoli i contributi versati, pari, in tutto, a circa 20 milioni di euro. Ma alcune centinaia dei quasi seicento deputati e senatori coinvolti dall’«operazione» non sono d’accordo. Perderanno la certezza di avere quasi mille euro al mese dal compimento dei 65 anni (sempre che non riescano a ricoprire più anni di mandato: in quel caso avrebbero diritto all’assegno anche a 60 anni).
Le regole sono chiare: prevedono che gli ex parlamentari ottengano la pensione a 65 anni dopo aver ricoperto un mandato di almeno 4 anni 6 mesi e un giorno. Ogni mese deputati e senatori versano un contributo pari all’8,80 per cento dell’indennità parlamentare lorda, più o meno 750 euro. Soldi che vengono messi dal Parlamento in un fondo, in cui confluiscono anche i contributi pagati da Camera e Senato (circa 1.400 euro al mese per ogni rappresentante).
I numeri. I deputati e i senatori eletti nel 2013 per la prima volta sono 591 (su 945): 399 deputati e 192 senatori. Una maggioranza che coinvolge tutte le forze politiche, anche se la parte del leone la fanno proprio il Pd e il M5S. E visto che tanti onorevoli non saranno nemmeno ricandidati, alcuni di loro preferirebbero conquistare almeno l’assegno che incasserebbero materialmente tra alcuni anni (in certi casi decenni) ma pazienza. Eppure con il provvedimento che sarà presentato oggi il nodo verrà inevitabilmente al pettine. Chi firmerà la proposta del M5S? I renziani avrebbero assicurato di essere disponibili anche se nessuno di loro fa parte dell’ufficio di presidenza. Ma non è escluso che sarà lo stesso Matteo Renzi a chiedere pubblicamente ai suoi di convergere sullo stop ai vitalizi per evitare di lasciare troppo campo ai pentastellati. Comunque andrà gli italiani continueranno a pagare ancora 2.600 assegni al mese (compresa la reversibilità) agli ex parlamentari. Vedremo come andrà a finire. Ad ogni modo gli ex onorevoli avranno la buonuscita. Ognuno di loro, infatti, mette in uno specifico fondo 784,14 euro al mese per ricevere l’assegno di fine mandato, pari all’80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore a sei mesi): intorno ai 45 mila euro. Una bella consolazione.

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Di Maio: “Ci attaccano ma Roma migliora”

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Non indietreggia di un millimetro. Ribadisce l’impegno del MoVimento 5 Stelle per cambiare il Paese, difende Virginia Raggi, elenca i risultati ottenuti, attacca i giornalisti che usano due pesi e due misure e assicura: «Andremo al governo». Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e candidato premier in pectore del M5S, guarda avanti. Un giorno Grillo gli disse sconsolato: «Maledetto, sei tu il leader!».
Accuse, inchieste, polemiche. I suoi sms (parziali) sui giornali. Di Maio, si sente sotto assedio?
«Colpiscono me per colpire il MoVimento. Non lo direi se ci fossero notizie fondate ma qui ci sono soltanto fake news che puntano a evitare di farci vincere le prossime elezioni. Pochi giorni fa quando Repubblica, Corriere e Messaggero mi hanno accusato in modo strumentale e con prove false (soprattutto Repubblica), ho ricevuto solidarietà da un cronista precario della mia età che mi ha fatto notare che la perdita di credibilità causata da quegli articoli logorerà non i “grandi” giornalisti che hanno scritto quelle cose e che sono garantiti ma proprio i precari, quelli che guadagnano quattro euro a pezzo. Per questo ho deciso che i risarcimenti che avrò da quei quotidiani li metterò in un fondo per aiutare i giornalisti precari».
Il rapporto tra i cronisti e il M5S è stato sempre difficile.
«Non voglio attaccare tutti i giornalisti, ci sono anche quelli che fanno il loro mestiere con passione e professionalità».
Quali sono le accuse che l’hanno colpita di più?
«Mi amareggia l’effetto “fango nel ventilatore”. Hanno scritto che avrei coperto Marra (l’ex braccio destro del sindaco Raggi sotto inchiesta, ndr), mi hanno fatto passare come uno che ha difeso un dirigente accusato di corruzione. Poi quegli articoli sono diventati l’apertura dei Tg. Ecco, mi fa male che su una falsità si sia costruita una campagna contro di me. Campagna che ho smontato, mostrando senza problemi le conversazioni tra me e la sindaca, ma se non avessi avuto in memoria i messaggi sarebbe stato tutto molto più difficile».
Si aspettava un inizio così complicato a Roma?
«Mi aspettavo un assedio mediatico e i due pesi e le due misure degli osservatori, basta vedere come è stata minimizzata l’inchiesta che riguarda il padre di Renzi e il suo braccio destro. È una strategia per dividerci e noi non dobbiamo cadere in questa trappola».
In Campidoglio ci sono stati errori. La Raggi e il M5S hanno puntato su alcune persone sbagliate, come Marra e Romeo. Non crede?
«Chi ci rimprovera è soprattutto quella classe dirigente che non ha mai capito, per anni, che queste due persone andavano allontanate. Marra e Romeo lavoravano in Campidoglio da tempo, il primo c’era con Marino ed è stato pure promosso nell’era Alemanno, peraltro aveva anche due onorificenze della presidenza della Repubblica. Inoltre le accuse che lo riguardano si riferiscono a prima che arrivasse il M5S, non a caso Scarpellini (imprenditore anche lui indagato, ndr) ha fatto i nomi di esponenti del Pd. Comunque ho smesso di chiedere scusa e di sentirmi in colpa. Ci attacca chi non è riuscito in sette mesi a consegnare le casette ad Amatrice o chi, come Renzi e Nardella a Firenze, non ha avuto negli ultimi anni un bilancio approvato dalla Corte dei conti. Il punto è che qualcuno vuole sostenere la falsa idea che noi saremmo degli incompetenti, anche se abbiamo fatto più tagli agli sprechi in sette mesi a Roma che gli altri in dieci anni».
Eppure ci sono divisioni anche nel M5S. Per qualcuno di voi sarebbe meglio che la Raggi si dimettesse…
«Alcuni di noi si sono fatti strumentalizzare dai media. Anch’io ho spesso idee differenti rispetto al gruppo parlamentare ma non le sbandiero, ne parlo con gli altri. Le divergenze ci sono sempre, e ovviamente è un bene, ma poi vengono amplificate e spesso pure falsificate».
Quindi lei ritiene che Roma stia migliorando?
«Io lavoro sui fatti. Abbiamo tagliato 40 milioni di sprechi, ne abbiamo destinati 18 per i servizi ai cittadini, ci saranno 130 nuovi bus, abbiamo approvato per primi il bilancio, stiamo portando avanti progetti di città intelligente. Il problema è che queste cose non escono mentre la Giunta è costretta a muoversi sotto una pressione incredibile. Il sindaco di Milano ha tre indagini, il presidente della Regione Abruzzo è indagato per corruzione. Fossero dei 5 Stelle ne avrebbe parlato anche Al Jazeera».
L’ultima polemica è sullo stadio della Roma. Si farà?
«È una questione che riguarda la Giunta. Così come ci sono altri problemi molto importanti che riguardano gli italiani e i romani. Mi riferisco al lavoro, alla scuola e al futuro dei più piccoli. Mi colpisce il fatto che l’Italia sia l’ultimo Paese d’Europa per crescita, tre anni fa era terzultima ma ora paghiamo i danni del governo Renzi».
Pensa davvero che il M5S possa arrivare al 40% dei voti alle prossime elezioni?
«A novembre 2016 avevo dei dubbi, poi ho visto il risultato del referendum. Non voglio intestarmi quel 60%, ci mancherebbe, ma all’epoca volevano convincerci che sarebbe stato un testa a testa. Alle elezioni sarà tutto possibile per due motivi: i sondaggi ancora ci sottostimano, e poi nella campagna elettorale diventerà evidente la contrapposizione tra noi e loro, cioè noi e tutti gli altri. Il primo provvedimento del governo Gentiloni è stato sulle banche, il nostro sarà sul reddito di cittadinanza. Possiamo arrivare al 40%».
Con l’Italicum sarebbe stato più facile vincere…
«Noi l’abbiamo contrastato. L’ha fatto anche la Corte costituzionale. Ora è giusto andare a votare il prima possibile armonizzando le leggi elettorali di Camera e Senato».
Crede che gli altri partiti si opporranno?
«Bè, basta sentire l’audio del ministro Delrio. Nel Pd c’è una questione di poltrone e dunque lunghe trattative. Dovrebbero, invece, stabilire, come noi, un limite ai mandati e rispettarlo».
Niente alleanze?
«Le facciamo solo con i cittadini».
Non la suggestiona un’intesa con il fronte anti-establishment di Salvini e la Meloni?
«Ma loro hanno governato a lungo questo Paese, la Lega aveva pure una banca. Hanno preso milioni di finanziamenti pubblici, poi si sono riciclati. Sarebbero loro il fronte anti-establishment?».
Quanto manca al M5S Gianroberto Casaleggio?
«Tantissimo. Ma le persone che oggi lavorano con noi hanno imparato molto da lui e possiamo farcela. Mi dispiace soltanto che non si è goduto le vittorie più grandi del M5S».
E Beppe Grillo resterà in prima linea?
«È una roccia e ci sarà sempre».

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