Boldrini: “Ma quali boldrinate,si dice sindaca!”

BOLDRINI

Non raccoglie le polemiche e guarda avanti, determinata a continuare una battaglia che ha cominciato da tempo e che pochi giorni fa le è costata le critiche del MoVimento 5 Stelle. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non indietreggia di un millimetro. Pochi giorni fa si è compiaciuta del successo di Chiara Appendino e di Virginia Raggi e ha augurato alle «sindache» buon lavoro. Proprio «sindache» ha detto.
«Una questione grammaticale», innanzitutto, rivendica ora. Ma pure «culturale». Anche per questo dal 10 maggio è al lavoro una Commissione di studio su intolleranza, xenofobia, razzismo e fenomeni di odio nel discorso pubblico presieduta proprio dalla Boldrini. Un’iniziativa nata sulla scia dell’impegno del Consiglio d’Europa che dal 2012 al 2014 ha condotto una campagna contro l’istigazione all’odio on line.
Dopo le elezioni amministrative lo scontro linguistico è scoppiato su «sindaco» e «sindaca». «Evitiamo boldrinate, fatevi chiamare sindaco!», ha tagliato corto in una riunione la deputata pentastellata Roberta Lombardi. Stessa posizione del nuovo primo cittadino di Roma, Virginia Raggi, che ieri ha ribadito: «La Crusca ha detto sindaca, ma voi chiamatemi pure Virginia».

Presidente Boldrini, è dispiaciuta che il suo impegno affinché vengano usati anche i nomi femminili non sia stato sposato dalle «sindache» del M5S?

«Intanto si tratta di una battaglia per la grammatica italiana.<ET>L’Accademia della Crusca, uno degli istituti più autorevoli, ha esortato più volte a declinare i ruoli al femminile».

Quindi dovremmo dire «sindaca»?

«Certo e noto che per i ruoli più semplici nessuno mette in discussione l’uso del femminile. Lei dice contadina, giusto?»

Giusto.

«E dice anche operaia, giusto? Lo dice o non lo dice?».

Lo dico.

«Dice anche infermiera, è corretto?»

Sì.

«E allora come mai quando si parla di posizioni di vertice c’è qualcuno che obietta che non si deve dire sindaca o la presidente ma che è giusto usare il maschile?».
Insomma non è un problema grammaticale…

«Esatto, c’è un blocco culturale».

Ammetterà, almeno, che sono termini cacofonici.

«Certo che non suonano bene ma con la società cambia anche il linguaggio».

Pensa che in futuro li useremo di più?
«Sì, è bello riconoscere il femminile, anche perché non mi sento più autorevole se utilizzo il maschile».

Crede che chi dice «sindaco» o «il presidente» anche per le donne sia ostaggio di un’ideologia?

«Sì, mi auguro che le persone vadano oltre e la superino. Dobbiamo restituire alle donne ciò che è delle donne, anche nel linguaggio».

Negli altri Paesi va meglio?

«Decisamente. In francese si dice “Madame la presidente”, in spagnolo “presidenta”. Perché noi non dovremmo dire “la presidente”?. Non ne vedo proprio la ragione».

Dunque non pensa che siano questioni poco rilevanti rispetto al duro lavoro che bisogna certamente compiere sul terreno delle pari opportunità. Continuerà la sua battaglia?

«Non mi arrendo, non ne ho alcuna intenzione».

Non è un caso che poche ore dopo la presidente della Camera, che ha incontrato un gruppo di residenti romani, abbia annunciato un impegno per il quartiere di Corviale con queste parole: «Ora abbiamo la sindaca Virginia Raggi e quindi sicuramente la chiamerò una volta fatta la Giunta<WC>». Tanto per ribadire che, piaccia o no, non si torna indietro.

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Informazioni su albertodimajo

Giornalista (lavora per il quotidiano Il Tempo). Appassionato di comunicazione politica e crostate. Laureato in Filosofia, ha scritto alcuni libri su MoVimento 5 Stelle, democrazia e casta. E' cultore della materia all'università Luiss.
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