Basta Boldrinate, w “il sindaco”

Basta boldrinate, chiamiamole «sindaco».La diatriba linguistica è scoppiata pochi minuti dopo l’elezione di Virginia Raggi e Chiara Appendino. Come definirle? «Sindaci» o «sindache»? I guardiani del bon ton lessicale sono scesi in campo con veemenza come se nella situazione difficile in cui si trova Roma, ma anche Torino, fosse prioritario lo stile. Non più rifiuti per le strade, autobus che non passano e illegalità diffusa, il problema è diventato l’etichetta. Eppure pare che Virginia Raggi e Chiara Appendino preferiscano essere chiamate «sindaci». Che siano contro, insomma, l’insopportabile retorica che tiene in ostaggio il nostro Paese. Anche prima del ballottaggio, precisamente il 2 giugno, la Raggi era stata esplicita a «Radio2»: «Se vincessi le elezioni a Roma mi farei chiamare sindaco e non sindaca». La notte di domenica, quando lo è diventata per davvero, ha sottolineato la soddisfazione: «È un momento storico fondamentale che segna una svolta, per la prima volta Roma ha un sindaco donna», in un periodo in cui «le pari opportunità sono ancora una chimera». Ha ringraziato anche Grillo e Casaleggio per la «lungimiranza» e ha concluso: «Oggi hanno vinto i cittadini di Roma».
Discorso un po’ diverso per Chiara Appendino, che aveva annunciato di preferire il termine «sindaco» ma anche che suo nipote di dieci anni l’aveva ripresa sostenendo che fosse corretto dire «sindaca» e, si sa, la mozione degli affetti ha sempre la meglio.
Ovviamente in questi giorni lei e la Raggi stanno pensando ad altro, anche perché sanno benissimo che per i prossimi anni saranno sotto la lente d’ingrandimento di tutti, a cominciare dagli elettori che le hanno votate.
«Il sindaco Raggi» sta ultimando la sua squadra, definendo le prime cose da fare, costruendo un cronoprogramma che la porterà da subito ad affrontare le emergenze della Capitale. «Il sindaco Appendino», che eredita una situazione più leggera, non è meno impegnata. Ma è comunque significativo che non sposino le linee guida rimarcate dai politici custodi della forma.
Una filosofia condivisa nel MoVimento 5<ET>Stelle. Sembra, infatti, che pochi giorni fa in una riunione la deputata romana Roberta Lombardi, che non le manda a dire, abbia avvertito: «Non facciamo boldrinate, chiamiamole sindaco!». In effetti è stato il presidente (o la presidente?) della Camera, Laura Boldrini, ad arrivare prima in questa corsa speciale verso l’effimero. Ha cinguettato su Twitter: «Roma e Torino saranno amministrate da due giovani donne. Complimenti e buon lavoro alle sindache virginiaraggi e c_appendino».
Anche il (la) presidente della Commissione Pari Opportunità dell’associazione Stampa romana, il sindacato dei cronisti capitolini, ha inviato una nota alle redazioni per segnalare le prime indicazioni di quella che sembrerebbe una «neolingua» di stampo orwelliano. «Roma si è risvegliata stamani con una nuova sindaca, Virginia Raggi, la prima donna in Campidoglio nella storia della Capitale: appena chiaro il responso delle urne, questa notte le sue prime parole sono state dedicate alle pari opportunità» ha notato Arianna Voto. Si tratta, ha aggiunto, di «una consapevolezza del ruolo di cui è investita, anche in questo campo, che ci fa piacere riscontrare e sottolineare».
Un impegno, ovviamente, sacrosanto, ribadito dal protocollo «Donna e Media», firmato proprio in quei giorni da Associazione Stampa Romana, Ordine dei Giornalisti del Lazio, Cpo Usigrai, Aer-Anti Corallo, Università regionali e associazioni Zeroviolenza Onlus e Giulia per «la corretta e paritaria rappresentazione della donna attraverso i mezzi di comunicazione». Poi la «prescrizione» per i giornalisti: «Invitiamo le colleghe e i colleghi ad adottare un linguaggio non sessista, a partire dal declinare al femminile LA SINDACA VIRGINIA RAGGI» (scritto in maiuscolo). Concludeva la nota: «Sarebbe questo il segnale di un riconoscimento della differenza come ricchezza e pluralismo culturale».
Se più che alle parole che usano i giornalisti (importanti, per carità) ci fosse attenzione alle pari opportunità «sostanziali» di un mestiere diventato sempre più duro, soprattutto per le donne, sarebbe ancora meglio. Per il resto, senza sottovalutare sessismi e penalizzazioni di genere, bisognerebbe liberarsi da luoghi comuni e puntigli lessicali. «Cittadine e cittadini», «Romane e romani», «Compagne e compagni», ha esordito più di un sindaco di Roma, tanto per rispettare le pari opportunità. Avrebbero fatto meglio a costruire più asili nido e a dare una mano alle aziende in rosa.
Meno slogan e più fatti. Come ci auguriamo che faranno anche tutti i nuovi sindaci (uomini o donne che siano). Peraltro ci vorrebbe anche un po’ di leggerezza. Come quando i Radicali scelsero uno slogan particolare per lanciare Emma Bonino alla presidenza della Repubblica: «Finalmente l’uomo giusto».

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Informazioni su albertodimajo

Giornalista (lavora per il quotidiano Il Tempo). Appassionato di comunicazione politica e crostate. Laureato in Filosofia, ha scritto alcuni libri su MoVimento 5 Stelle, democrazia e casta. E' cultore della materia all'università Luiss.
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