Quella scala che porta alla filosofia

Quando ero ancora studente all’università, al mio amico Salvatore piaceva fantasticare su una futura comunità in cui fossero valorizzate le competenze di ognuno del nostro gruppo. «Io vi difenderò in eventuali processi – diceva lui che era iscritto a giurisprudenza – Leonardo ci curerà (studiava medicina), Vanessa si occuperà delle nostre finanze (era nel corso di laurea in economia e commercio), Giovanni ci costruirà casa (sarebbe diventato presto architetto)».

Quando doveva prendere in considerazione il mio ruolo si bloccava un minuto, poi diceva: «Alberto ci darà consigli». «Consigli», secondo Salvatore, erano quelli che avrebbe dispensato di sicuro un appassionato di filosofia (lui diceva «filosofo», anche se io non mi sentivo per niente «collega» di Hegel o di Habermas).

Antico problema, quello di definire l’«utilità» della filosofia.

Già nel settimo secolo avanti Cristo, Talete suscitò il riso di una giovane serva che lo vide cadere in una buca mentre era intento a scrutare il cielo. Che imbranato! avrà pensato. Eppure il filosofo di Mileto proprio grazie ai suoi studi «celesti» diventò ricco. Così Aristotele, nella Politica, racconta l’episodio: «Siccome, povero com’era, gli rinfacciavano l’inutilità della filosofia, avendo previsto in base a calcoli astronomici un’abbondante raccolta di olive, ancora in pieno inverno, pur disponendo di poco denaro, si accaparrò tutti i frantoi di Mileto e di Chio per una cifra irrisoria, dal momento che non ve n’era alcuna richiesta; quando giunse il tempo della raccolta, cercando in tanti urgentemente tutti i frantoi disponibili, egli li affittò al prezzo che volle imporre, raccogliendo così molte ricchezze e dimostrando che per i filosofi è molto facile arricchirsi, ma tuttavia non si preoccupano di questo».

Altro che il pensatore squattrinato e con la testa tra le nuvole! Ma a cosa serve la filosofia? Di risposte ce ne sarebbero diverse. Condivido quella di uno dei più grandi pensatori del Novecento, Ludwig Wittgenstein, secondo cui la filosofia non è una dottrina o un insieme di teorie, più o meno legate tra loro, ma un metodo. La filosofia è una scala, avrebbe detto Wittgenstein, che una volta arrivati all’ultimo gradino si può buttare via. È uno strumento che serve ad analizzare le questioni. Un modo di ragionare, che non ha paura di sollevare dubbi. Un percorso di ricerca, con la consapevolezza che non si arriverà mai a un risultato definitivo. Del resto, come spesso ricordava Freud, «la teoria non impedisce ai fatti di verificarsi». Anche per questo nelle università tedesche e americane (da tempo ormai i centri in cui si sviluppa il dibattito filosofico) hanno molta più cura a insegnare agli studenti l’approccio critico che le teorie dei grandi pensatori. Anche per evitare di cadere in estenuanti, quanto inutili, circoli viziosi.

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Informazioni su albertodimajo

Giornalista (lavora per il quotidiano Il Tempo). Appassionato di comunicazione politica e crostate. Laureato in Filosofia, ha scritto alcuni libri su MoVimento 5 Stelle, democrazia e casta. E' cultore della materia all'università Luiss.
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