Il pasticcio del commissario Orfini al Pd Roma

Matteo Orfini è stato nominato commissario del Pd di Roma dopo lo scandalo «Mafia Capitale». Il suo compito è ambizioso: far ripartire il partito capitolino, cancellando le ombre su fondi pubblici dilapidati, tessere finte e intrecci clientelari. Lui stesso, lo scandiva a chiare lettere il 4 dicembre scorso, giorno della sua nomina: «Emerge a Roma un partito da rifondare e ricostruire su basi nuove».

Eppure proprio Orfini «scivola» sulle regole, tanto care, almeno a parole, anche al premier Matteo Renzi. La ratifica del suo incarico di commissario, che secondo lo statuto del partito deve avvenire entro trenta giorni dalla nomina con un confronto, un approfondimento della situazione e un voto della direzione nazionale, non c’è stata.

Nonostante i trenta giorni di tempo, Orfini non ha convocato la direzione del Pd. O meglio, in un certo senso l’ha fatto ma non seguendo le norme dettate dallo statuto ma, prima volta in assoluto, «in via telematica».

Il 29 dicembre ha scritto ai duecento membri della direzione. «Carissime e carissimi, la direzione nazionale è convocata per via telematica per il giorno 29 dicembre». Cioè il giorno stesso. Tra le priorità da discutere (in teoria), c’era un’unica cosa: «Ratifica commissariamento del segretario del Pd federazione di Roma città». Dunque la nomina dello stesso Orfini a commissario.

La vera novità la spiegava con poche parole: «Il voto, e gli eventuali interventi allegati, dovranno pervenire all’indirizzo di posta elettronica organizzazionepartitodemocratico.it entro e non oltre le ore 15 del giorno 30 dicembre 2014».

Dunque, niente dibattito, niente assemblea, nessuno scambio di opinioni. Ma una ratifica on line, con tanto di osservazioni (se qualche intransigente avesse voluto proprio farle) mandate in allegato alla stessa email. Tanto per fare presto.

E se qualcuno non avesse avuto il tempo di dare in fretta e furia la sua preferenza, niente paura. Il commissario Orfini ha pensato anche a questo e, sempre nella missiva mandata via email ai componenti della direzione, ha chiarito: «I voti non espressi saranno considerati secondo la regola del silenzio assenso».

Insomma, ci sono voluti pochi secondi per ratificare la nomina di Orfini a commissario del Pd romano. Ovviamente la lettera precisava che «dell’esito della votazione» sarebbe stato dato «tempestivo riscontro per e-mail». Sarà successo veramente? Mistero.

Sembra comunque che i voti contrari siano stati giusto sei-sette. Tutti gli altri a favore, anche se non si sa ancora quanti abbiano risposto all’email e quanti invece siano stati i sì per silenzio-assenso.

Molti hanno storto il naso: «Ma Orfini non doveva ristabilire le regole nel partito romano? E invece che fa, le cambia a suo uso e consumo?» si sfogano un paio di membri della direzione nazionale del Pd.

Del resto proprio Orfini non aveva risparmiato stoccate agli esponenti capitolini del suo partito nei giorni dello scandalo scoppiato in seguito all’inchiesta che ha travolto la vecchia Giunta Alemanno e costretto alle dimissioni un assessore del sindaco Marino. In quei giorni Orfini aveva definito il Pd romano «ostaggio di gruppi dirigenti che pensavano più alle guerriglie di potere e corrente piuttosto che ad occuparsi della città». Che proprio lui abbia cambiato le regole per facilitare la ratifica della sua nomina a commissario è un segnale preoccupante.

Del resto la posta in gioco era importante. Se l’incarico di Orfini non fosse stato confermato dalla direzione nazionale del Pd entro trenta giorni dalla nomina del segretario, sarebbe semplicemente decaduto. Una figuraccia sia per Renzi sia per Orfini. Ecco, dunque, la soluzione per evitare la scivolata. Pazienza se la tanto decantata «democrazia interna» sia stata sacrificata. Necessità fa virtù. Anche, e soprattutto, in politica.

E pensare che un tempo Orfini e molti altri suoi colleghi del Pd criticavano i metodi dei grillini, considerati poco attendibili. A cominciare, proprio, dal voto telematico. Chissà che adesso proprio il commissario-presidente del Pd non lancerà anche le consultazioni on line e le presentazioni video, come i pentastellati. Resterà anche lui vittima dello streaming?

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Informazioni su albertodimajo

Giornalista (lavora per il quotidiano Il Tempo). Appassionato di comunicazione politica e crostate. Laureato in Filosofia, ha scritto alcuni libri su MoVimento 5 Stelle, democrazia e casta. E' cultore della materia all'università Luiss.
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