Grillo, Zingaretti e la minoranza Pd. Quelli che “brindano” per Renzi

Non s’aspettavano che Letta venisse sfrattato da Palazzo Chigi così velocemente. Sono sorpresi. Ma felici. Immaginano che Renzi sia destinato a «bruciarsi». Non tanto per il suo approccio determinato e cinico (due virtù nei politici) ma perché la fragile maggioranza che ha mandato a picco il vicesegretario del Pd (e che non ha fatto una piega sulla sua sostituzione) non potrà riservare sorte migliore al sindaco di Firenze. Questione di tempo, certo. Ma, si sa, l’attesa è una categoria della strategia politica. Tra quelli che «brindano», in prima fila ci sono diversi esponenti Democratici. Ovviamente siedono all’opposizione. Tra questi, Gianni Cuperlo a Stefano Fassina.

Il primo ha fronteggiato Renzi alle primarie. Ha ottenuto la presidenza del partito ma quando ha capito che non era possibile tenere quell’incarico e nello stesso tempo guidare il «correntino», ha lasciato.

Anche perché dopo l’affronto di Renzi, che l’ha accusato di fare una battaglia a favore delle preferenze nella nuova legge elettorale benché non avesse sollevato perplessità quando veniva messo nel listino blindato dell’allora segretario Bersani, ha preferito avere le mani libere e, dunque, si è dimesso dalla presidenza del Pd. Adesso potrà «giudicare» Renzi da una posizione invidiabile, fuori dall’angolo in cui era di fatto finito per via della competizione tra Letta e il nuovo segretario.

Fassina, invece, ha mollato il governo dopo una battuta del sindaco di Firenze. Era viceministro dell’Economia ma quando Renzi ha stravinto il congresso, è stato il primo a porre la questione di un cambio al governo.

Ha ribadito più volte che l’esecutivo guidato da Letta era frutto di un quadro politico archiviato dalle primarie dei Democratici e, dunque, che sarebbe stato necessario rimescolare le carte per dare più spazio ai renziani. Non tanto una questione di poltrone, che lo stesso Renzi ha sempre negato, ma un tema politico. Come potevano portare avanti le convinzioni del nuovo segretario i Democratici al governo quasi tutti bersaniani?

Ma un nuovo esecutivo era necessario anche per evitare l’ambiguità che il Pd a trazione renziana continuasse a sostenere un governo che il segretario riteneva, al contrario, un fallimento.

Adesso sia Cuperlo sia Fassina possono stare a guardare. Auspicavano che Renzi prendesse il timone. Sono stati accontentati. Tutto lascia supporre che non gliene faranno passare una. Dinamiche democratiche a cui ormai siamo abituati.

Anche se Renzi cercherà di non lasciare la segreteria del Pd. Mica può rischiare che arrivi un nuovo segretario che provi a segargli la poltrona come lui ha fatto con Letta. Al limite al vertice del partito metterà uno dei suoi fedelissimi. Ma è lecito attendersi che proprio la battaglia sulla governance del Pd sia la prima a scoppiare già nei prossimi giorni. La minoranza dei Dem permetterà a Renzi di tenere per sé anche la segreteria? Lo statuto del partito non lo vieta.

Tra i critici di Renzi, che adesso festeggiano più o meno pubblicamente, c’è anche Matteo Orfini, il «leader» dei giovani turchi. Lui rischia davvero di fare bingo. Era un fedelissimo di D’Alema (faceva il segretario del circolo Pd vicino a casa dell’ex premier). Poi ha lavorato alla fondazione Italianieuropei. È un anti-renziano ma potrebbe diventare ministro della Cultura. Tombola. Del resto chi si aspetta che Renzi rompa le consuetudini democristiane e si rifiuti di costruire un esecutivo con il «bilancino», accontentando gli apettiti anche dei partiti zerovirgola, resterà probabilmente deluso.

Infine, sempre nel Pd, c’è Nicola Zingaretti. Anche lui può tirare un sospiro di sollievo. È stato spesso immaginato come l’anti-Renzi. Molti lo avrebbero voluto in campo già all’ultimo congresso. Lui prudentemente si è tirato fuori dalla corsa alla poltrona. Anche per un’allergia ai caminetti politici. Ha pochi anni più di Renzi, è già stato europarlamentare, presidente della Provincia di Roma e ora governatore della Regione Lazio. Riesce a guidarla con una coalizione che va dai comunisti ai cattolici. Roba da miracolo. Se Renzi dovesse «bruciarsi», lui potrebbe diventare l’arma «segreta» del centrosinistra.

Brinda al «successo» di Renzi anche Beppe Grillo. Il comico spera che il MoVimento 5 Stelle possa approfittare degli scivoloni del segretario del Pd. Innanzitutto quello di raggiungere Palazzo Chigi senza vincere le elezioni.

Tuttavia rimane il rischio che Renzi possa realizzare alcuni punti del suo programma che sono molto simili a quelli del comico genovese. A partire dal reddito di cittadinanza. L’ha lanciato il comico alcuni mesi fa, Renzi l’ha fatto suo. Con le stesse parole di Grillo. Stessa «sintonia» sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, e sul no all’amnistia e all’indulto. Inoltre Renzi non ha fatto sconti al presidente della Repubblica. Non come il comico, ma non ha lesinato critiche: «Questo governo non va avanti perché lo vuole Napolitano. Non penso che il presidente vada oltre il suo ruolo, ma non è certo lesa maestà se non si è d’accordo con Napolitano» disse quando il Capo dello Stato ipotizzò il ricorso all’amnistia. Se Renzi riuscisse nell’impresa di ottenere buoni risultati, sarebbe Grillo a perdere terreno. Ma il comico scommette sul contrario.

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Informazioni su albertodimajo

Giornalista (lavora per il quotidiano Il Tempo). Appassionato di comunicazione politica e crostate. Laureato in Filosofia, ha scritto alcuni libri su MoVimento 5 Stelle, democrazia e casta. E' cultore della materia all'università Luiss.
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