Dalla Montalcini all’ex tesoriere Pd. Quando la battuta di Grillo non fa ridere il pm

La condanna a 9 mesi di reclusione per la violazione dei sigilli della baita No Tav, richiesta dai pm torinesi, e i tre fascicoli in cui si ipotizza «l’istigazione a militari a disobbedire alle leggi» sono soltanto gli ultimi guai giudiziari di Beppe Grillo. Il comico ha avuto sempre accanto gli avvocati. Sia per difendersi dalle accuse di diffamazione sia per districarsi nella giungla di leggi e leggine. Non è un caso che dei poco più di 774 mila euro raccolti durante la campagna elettorale per le Politiche del 2013, lo Tsunami Tour, ben 140.749,23 sono stati destinati alla consulenza legale e tributaria.

Lui ci ha sempre scherzato. Ma non troppo. Ha raccontato anni fa: «Io facevo le tournée, per esempio andavo a Torino per uno spettacolo, allora scrivevo sulla Rete: “Devo venire a Torino, c’è qualche torinese che mi dà qualche informazione sulla vita di Torino, cosa succede, i casini, la politica locale?”. Mi arrivavano 40-50 commenti di torinesi, dove mi dicevano: “C’è la moglie del sindaco che gestisce un posteggio abusivo…”. Ancora prima di arrivare a Torino e di fare uno spettacolo avevo già una denuncia, ancora prima di parlare, era fantastico, la denuncia a priori».

Tuttavia le sue battaglie con il blog non si sono mai fermate. Certo è corso ai ripari. Ha creato lo «Scudo della Rete», un conto corrente per pagare le spese legali. «Non posso essere l’unico sostegno di tutte le cause di diffamazione d’Italia, quello che posso fare lo sto già facendo», chiarì Grillo in quell’occasione. Soldi usati per difendere i blogger e i suoi simpatizzanti, spesso molto aggressivi nei commenti.

Se l’è presa più volte contro il reato di diffamazione. Nell’estate del 2009 notava: «La querela per diffamazione è sopravvissuta a tutte le riforme sulla Giustizia, alla depenalizzazione del falso in bilancio, al lodo Alfano, alla separazione delle carriere, al bavaglio all’informazione. La querela serve al potere. La querela è un’arma da ricchi. Usata per intimidire. Per tappare la bocca». Proprio per questo nel programma del MoVimento 5 Stelle si chiede il «riconoscimento al querelato dello stesso importo richiesto in caso di non luogo a procedere (importo depositato presso il tribunale in anticipo in via cautelare all’atto della querela)».

Di denunce, Grillo ne ha prese parecchie. Ovviamente per diffamazione. Alcune le ha perse. Ad Asti ha risarcito il sindaco, a Genova è stato riconosciuto colpevole in primo grado contro l’ex tesoriere del Pd Misiani, ha patteggiato con Rita Levi Montalcini. Ha perso, in Appello, contro la Fininvest. Ma le indagini più significative sono state quelle per gli insulti rivolti al Capo dello Stato. La Procura di Nocera Inferiore ha aperto un’inchiesta per vilipendio al presidente della Repubblica. Sono stati indagati ventidue simpatizzanti del MoVimento. Gli attivisti hanno presentato una proposta di legge per abrogare il reato. Lo stesso Grillo ha chiesto a Napolitano di chiederne la cancellazione.

L’accusa di aver violato i sigilli della baita No Tav è arrivata nel dicembre del 2010. Fu proprio Grillo a spiegare sul suo blog: «La baita c’era, insieme a molti valligiani in un freddo polare a difesa della Val di Susa. Dei sigilli, invece, neppure l’ombra. Mi è stato riferito che li avrebbe portati via il vento. Voglio dichiarare ufficialmente che io non ho nessun rapporto con i venti piemontesi, anzi le giornate di vento mi danno pure fastidio. Se necessario sono disposto a testimoniare contro il vento antigovernativo che si sta levando un po’ da tutte le parti. I sigilli li ha rotti lui, io non c’entro». E contro La Stampa che scriveva «Grillo è entrato nella baita e ha anche tagliato un pezzo di legno del rivestimento interno», il comico genovese ironizzava: «Questo è vero, l’ho fatto! Lo ammetto, ho perso la testa, ho afferrato una sega e ho tagliato un pezzo di legno. Quando è giusto è giusto. Non mi va di mentire. Mi sono accanito su un tronco di abete. Non avrei dovuto, è una di quelle azioni di cui ti penti per tutta la vita. Se camminate in un bosco e vedete una baita con gente allegra, che beve vino e mangia polenta, insomma i soliti no global, mi raccomando non entrate e non toccate nulla. Non mettetevi anche voi nei guai». Poi, ovviamente, ribadiva la sua netta contrarietà alla Tav, «una torta colossale» a cui «i partiti non vogliono rinunciare».

Sempre sul blog, il 10 dicembre del 2013, la lettera ai vertici delle forze dell’ordine. «Vi chiedo di non proteggere più questa classe politica che ha portato l’Italia allo sfacelo, di non scortarli con le loro macchine blu o al supermercato, di non schierarsi davanti ai palazzi del potere infangati dalla corruzione e dal malaffare. Le forze dell’Ordine non meritano un ruolo così degradante. Gli italiani sono dalla vostra parte, unitevi a loro. Nelle prossime manifestazioni ordinate ai vostri ragazzi di togliersi il casco e di fraternizzare con i cittadini. Sarà un segnale rivoluzionario, pacifico, estremo e l’Italia cambierà» scriveva Grillo.

Ma nella vita del comico genovese la vicenda giudiziaria più rilevante («Mi pesa ogni giorno» confidò in un’intervista a Gian Antonio Stella) è la condanna a 14 mesi per omicidio colposo. È stato ritenuto responsabile di un incidente avvenuto nel 1981 a Limone Piemonte, in cui morirono tre persone che viaggiavano sul Suv che guidava lui. Durante la campagna elettorale per le Regionali in Friuli Venezia Giulia ha risposto a un signore che gli chiedeva di fare il premier: «Non posso andare al governo, ho dei carichi pendenti e noi abbiamo uno Statuto». In una conferenza stampa a Roma, ad aprile 2013, ha aggiunto anche un’altra motivazione: «Non ce la farei a chiamare collega Brunetta, Gasparri o Berlusconi».

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Informazioni su albertodimajo

Giornalista (lavora per il quotidiano Il Tempo). Appassionato di comunicazione politica e crostate. Laureato in Filosofia, ha scritto alcuni libri su MoVimento 5 Stelle, democrazia e casta. E' cultore della materia all'università Luiss.
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