Pannella: “Ecco la verità sui referendum. Silvio è stato boicottato dai suoi”

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Non usa la parola «colpa», preferisce «inesperienza». Ma la sostanza non cambia. Per Marco Pannella la bocciatura dei referendum sulla giustizia dipende dalla cattiva raccolta delle firme gestita dall’allora Pdl.

Il leader dei Radicali chiarisce anche che nel partito di centrodestra più di qualche dirigente ha remato contro la decisione del Cavaliere di sostenere la battaglia dei Radicali. Lui, comunque, non si arrende e prepara il ricorso anche se la situazione sembra disperata. Il quesito con più sottoscrizioni sarebbe quello sulla responsabilità civile dei giudici, a cui la Cassazione avrebbe riconosciuto 420 mila firme (ne servono 500 mila). Peggio tutti gli altri.

Onorevole Pannella, cos’è successo? Avete raccolto male le firme?

«Noi siamo troppo esperti per poter avere sorprese nel campo dei referendum. Semmai le sorprese possiamo darle. Sapevamo di avere un handicap, visto che ci sono stati anche altri, oltre i Radicali, che hanno raccolto le firme».

Si riferisce al Pdl. Sono stati i dirigenti del partito del Cavaliere a creare confusione?

«Non una confusione dolosa, anche perché ci sono stati pure tanti di sinistra che hanno firmato i quesiti. Di certo, però, c’è stata una mancanza di esperienza, aggravata dall’assenza di informazione. Ancora adesso continuano ad arrivare decine di migliaia di firme da alcuni Comuni. Bisogna vedere come le valuterà la Cassazione».

Ma ormai i termini per raccogliere e presentare le firme sono scaduti.

«Sì ma ci sarebbero anche delle disposizioni per la comunicazione dei quesiti che non sono state rispettate. La Cassazione deve considerare anche questo».

Farete ricorso?

«Sì. Aspettiamo, ovviamente, le motivazioni della Cassazione. Credo comunque che ci sarà modo di recuperare e riuscire a soddisfare le mancanze che saranno evidenziate. E comunque non si possono rifiutare le firme che arrivano dai Comuni. Inoltre ci sono precedenti che ci spingono a pensare che i magistrati valuteranno in modo formale ma non pretestuoso».

Nella campagna per la raccolta delle firme sperava in un coinvolgimento del Pd?

«No. Ricordo che quando si discuteva del referendum sul divorzio il Pci disse ufficialmente che lo considerava una iattura perché avrebbe diviso la classe popolare. La tesi del Pci era che la legge doveva essere cambiata dal Parlamento. È la stessa cosa che sostiene adesso Matteo Renzi, anche se lui nemmeno lo sospetta. L’unico di loro che su queste cose ha un atteggiamento intellettualmente onesto è Violante. Ormai il Pd ha rafforzato le sue posizioni giacobine e antidemocratiche».

Il centrodestra invece vi ha «aiutato»…

«L’ottimo Silvio ha fatto un mucchio di cazzate, che gli ho rimproverato, ma sui nostri dodici referendum ci ha provato. Li ha firmati tutti, si è detto a favore dell’amnistia e ha avviato la raccolta di firme ma nel suo partito non gliel’hanno fatta passare».

C’erano resistenze all’interno del Pdl?

«Li hanno definiti falchi e colombe ma si sono mossi da avvoltoi».

Pensa che esponenti del centrodestra abbiano remato contro Berlusconi?

«Pensavano che Berlusconi ormai fosse finito e dunque non lo hanno accontentato sui referendum».

Quindi hanno una colpa grave nell’aver fatto fallire i referendum sulla giustizia…

«Ma non è stato un calcolo, più un riflesso di regime. Appena Berlusconi ha recuperato le posizioni liberali dei primi anni, loro non sono stati più disposti a seguirlo. Alfano e Brunetta ci dissero che si potevano raccogliere dai 5 ai 10 milioni di firme su questi referendum. Invece…».

Qualcuno del centrodestra che si è impegnato?

«Fitto ha raccolto moltissime firme anche se solo su sei referendum, ma è sempre stato in buona fede. Anche Nitto Palma ha fatto l’impossibile ma in Campania non era facile».

Ma adesso che Berlusconi è decaduto da senatore crede che sia possibile portare avanti la riforma della giustizia?

«Non credo. Enrico Letta potrebbe farlo perché intellettualmente è pulito ma Renzi no, è solo un opportunista. L’Italia sarà incriminata dall’Europa».

Niente amnistia dunque?

«Non credo, ma è un provvedimento necessario per mettere in agibilità l’amministrazione della giustizia».

Quando lei è andato al Quirinale, con il Capo dello Stato ha parlato anche di Berlusconi? Dicono che lei abbia tentato una mediazione…

«Con Napolitano ho parlato della necessità che lui rivolgesse un messaggio sulla giustizia e sulle carceri al Parlamento. A Silvio, invece, ho consigliato di espatriare per due giorni».

Espatriare? Ma non aveva nemmeno più il passaporto…

«Gli ho detto che doveva andare a Ginevra e da lì fare una conferenza stampa per dimostrare che il combinato disposto tra l’obbligatorietà dell’azione penale e l’accanimento fa uscire l’Italia dalla ragionevolezza della legge civile e penale. Poi sarebbe rientrato in Italia».

L’avrebbero arrestato.

«A quel punto anche i comunisti avrebbero manifestato per lui».

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Informazioni su albertodimajo

Giornalista (lavora per il quotidiano Il Tempo). Appassionato di comunicazione politica e crostate. Laureato in Filosofia, ha scritto alcuni libri su MoVimento 5 Stelle, democrazia e casta. E' cultore della materia all'università Luiss.
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