Bettini: “Marino ha vinto con il campo dei riformisti”

 

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Goffredo Bettini, si aspettava che Ignazio Marino sarebbe diventato sindaco di Roma con una percentuale così elevata?

«Ho avuto sempre fiducia nella sua affermazione ma non pensavo in questa misura. Resta il problema dell’alta astensione, tuttavia la vittoria di Marino è stata straordinaria, al di là di ogni previsione».

Lei ha sempre invitato a non sottovalutare Gianni Alemanno. Invece il divario di voti è stato netto…

«Non mi piace infierire sugli avversari. Sono stati loro a sottovalutare la forza della candidatura di Marino, soprattutto la sua carica innovativa. Alemanno ha combattuto fino all’ultimo, con una tenacia ammirevole considerato il numero di incidenti ed errori che ha commesso. Credo comunque che i cittadini abbiano percepito il fallimento del suo governo sia sul terreno dell’ambizione e della visione della città sia su quello dei servizi e del funzionamento della vita quotidiana. Poca strategia e poca concretezza».

Quando lei ha proposto e sostenuto Ignazio Marino, i suoi colleghi del Pd hanno storto il naso. Alcuni hanno anche sostenuto che Alemanno avrebbe vinto facilmente. Tra ieri e oggi qualcuno ha riconosciuto che lei aveva ragione?

«Moltissimi. Anche alcuni commentatori. All’inizio non è stata colta la capacità di comunicare di Marino, che non è quella tradizionale che usano gli esponenti politici ma è più profonda, più diffusa e sotterranea. Parlando dei problemi delle persone, della sanità, del lavoro, Marino ha costruito un canale, purtroppo poco visibile alla politica tradizionale, che è esploso durante la campagna elettorale. Sono state soprattutto le persone semplici, i giovani, i pensionati, le casalinghe a volerlo sindaco».

Eppure Marino ha preso quasi un voto su quattro. L’astensionismo ha penalizzato anche lui.

«Sono tre anni, da quando ho scritto il libro “Oltre i partiti”, che denuncio con una certa solitudine la crisi democratica spaventosa che ha investito l’Italia. La classe dirigente non ne è consapevole, lo stesso campo progressista non ha compreso la gravità di questo fenomeno. È vero, in voti assoluti anche noi abbiamo perso terreno. Ma la crisi della democrazia non può essere risolta da un candidato sindaco, che comunque ha avuto una performance ammirevole. Tanti hanno detto che non avrebbe ottenuto il consenso dei cosiddetti moderati mentre Marino nel ballottaggio ha aumentato i suoi voti di 150 mila. Significa che le preferenze di Marchini, e ovviamente di De Vito, sono andate verso Marino, che dunque è risultata una candidatura molto espansiva».

Ma perché il centrosinistra vince le Amministrative e perde le Politiche? Dipende solo dalla presenza o meno di Berlusconi?

«Nel voto amministrativo il centrosinistra mostra il suo volto migliore, si presenta come un campo unitario, in cui i singoli partiti, ormai diventati soltanto funzionali ai gruppi dirigenti, non contano più. Dovrebbe accadere la stessa cosa a livello nazionale. Nelle elezioni dell’altro ieri nessuno si è chiesto se Marino fosse del Pd, di quale corrente o di un altro partito. Così è stato per Pisapia, Zedda, Orlando, Fassino. C’è stata un’empatia unitaria e un programma valido. Questo conta. Poi sicuramente nelle città manca l’asset vincente del centrodestra, Berlusconi. Quando non c’è in prima persona le cose non funzionano. Un altro motivo fondamentale delle nostre vittorie alle Amministrative è che abbiamo una classe dirigente più preparata e affidabile dei nostri avversari».

Dunque anche il Pd nazionale dovrebbe costruire un unico campo con gli altri suoi alleati.

«Assolutamente sì. Dovrebbe costruire un campo unitario e bandire il ginepraio di correnti e cordate di potere. Io penso a unire tutti i democratici perché hanno lo stesso sguardo sulla società. Cioè credono in una società aperta e solidale, dove domini la libertà delle persone e il sostegno a chi non ce la fa. Inoltre le scelte di questo campo unitario devono avvenire con la partecipazione dei nostri iscritti ed elettori. Non bastano le primarie per indicare dei nomi, bisogna usarle per sciogliere i nodi che riguardano il Paese. Dobbiamo coinvolgere le persone. Solo così possiamo battere la disaffezione degli elettori nei confronti della politica. Ci vuole una cessione di potere dall’alto verso i cittadini».

Sarà questa la sua proposta al congresso del Pd?

«Sì».

Si candiderà a segretario?

«In questa prima fase si discuterà nei circoli e si eleggeranno i gruppi dirigenti locali. Io presenterò il mio contributo di idee. Poi tirerò le somme e allora valuterò se candidarmi».

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Informazioni su albertodimajo

Giornalista (lavora per il quotidiano Il Tempo). Appassionato di comunicazione politica e crostate. Laureato in Filosofia, ha scritto alcuni libri su MoVimento 5 Stelle, democrazia e casta. E' cultore della materia all'università Luiss.
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