In carcere con Cuffaro

«Qui dentro ho un pezzo di libertà che non ho mai avuto fuori.  Lo so che sembra paradossale.  Ma anche in carcere puoi scegliere di essere quello che vuoi».  Ha un cappellino blu in testa, Totò Cuffaro.  Il sole picchia a Rebibbia sul campo di calcio in terra in cui i detenuti stanno giocando.  L’ex senatore Udc, già presidente della Regione Sicilia, condannato a 7 anni per favoreggiamento aggravato a cosa nostra e violazione del segreto istruttorio, si guarda intorno.  Ogni tanto qualcuno lo ferma e lo saluta.  Lo chiamano «dottore» perché Cuffaro è medico e spesso gli inquilini del carcere romano gli chiedono consigli. «Mi ha salvato da un infarto», dice uno dei suoi compagni di cella, Santino.  Totò sorride.  Sono quasi sei mesi che sta a Rebibbia.  A vederlo da lontano non parrebbe nemmeno lui: «In questi mesi ho perso venti chili ma sto bene.  Le sentenze si rispettano, ed eccomi qui.  Sono sempre stato un uomo delle istituzioni e continuo a comportarmi come tale, soprattutto rispetto me stesso e i miei princìpi».  Ha mocassini blu ai piedi, i jeans e una polo con due bottoni slacciati. «Mi manca la mia famiglia.  La posso incontrare per quattro ore al mese.  Mia moglie ha deciso di venire qui con i miei figli da Palermo un giorno a settimana.  Parliamo per un’ora, poi tornano in Sicilia.  Ci diciamo che va tutto bene, che stiamo bene. È una bugia, lo sappiamo, ma continuiamo a ripeterla per andare avanti».  La vita a Rebibbia scorre, anche meglio che nelle altre carceri: «Noi ci immaginiamo brutti ambienti, con gente che si nasconde dietro l’angolo ed è pronta ad accoltellarti.  Non è così – continua a raccontare Cuffaro – In carcere ci sono storie e rapporti di incredibile umanità.  Scrivo lettere per alcuni detenuti che non lo sanno fare, per altri invece le leggo.  Ricevo tantissima posta, da quando sono qui tremila lettere.  C’è una persona, si firma Antonella, che mi ha mandato una cartolina quando sono entrato assicurandomi che me ne avrebbe mandata una per ogni giorno che avrei passato qui dentro.  L’ha fatto veramente.  E io cerco di sforzarmi di capire chi è.  Sicuramente viaggia molto, visto che le cartoline mi arrivano da ogni parte del mondo».  La sveglia è alle 5.15, «le cornacchie non ti lasciano dormire ma a Rebibbia si sta benissimo.  Poi corro qui in cortile, faccio 40 giri di questo campo di calcio, sono 7 chilometri.  Infine la doccia e torno in cella a leggere e a studiare».  S’è messo in testa di laurearsi in giurisprudenza. «Pochi giorni fa ho fatto l’esame di diritto costituzionale. È venuto un professore della Sapienza, eravamo otto a sostenere il test.  Non mi ha riconosciuto.  Alla fine, dopo aver risposto a tante domande, mi ha detto: “Io le faccio i complimenti, raramente ho trovato questa proprietà di linguaggio”.  Stavo per rispondere: ma lei lo sa quante volte ho sollevato il conflitto di attribuzione tra Stato e Regione?  Ma ho preferito dire: sono già laureato in medicina».  La fede. «Ti dà il desiderio di speranza – dice Cuffaro – Non so come avrei fatto senza.  Anche se provo sempre a tenermi occupato.  Qui il tempo è strano».  Già il tempo.  In carcere.  Cuffaro ha ancora sei anni e mezzo da scontare.  Ma sorride lo stesso. «Il tempo in carcere non riesci a coglierlo.  Cerco di essere sempre occupato: leggo moltissimo, rispondo alle lettere».  I politici? «Una trentina mi sono venuti a trovare i primi tempi, poi tutti si dimenticano.  Ma non voglio dire che non va bene. È semplicemente normale, non mi stupisco.  Di certo in carcere posso fare cose che non avrei fatto fuori, poi qui a Rebibbia abbiamo spazi e un ottimo trattamento.  Un po’ mi sento libero.  Il futuro? «La politica no, basta – dice Cuffaro – Voglio fare l’agricoltore, coltivare i miei fichi d’india e preparare il vino che mia moglie, da sola, non riesce più a fare».  Intanto ci sono i ciambelloni che cucina Santino: «Sono buonissimi.  Qui in carcere ci si industria a fare tutto, pure la pasta al forno, adagiandola sopra le scatole di cartone del latte».  Non sarà un albergo.  Ma a vedere Cuffaro che legge e studia, mette in imbarazzo professori universitari e crea capannelli con i detenuti, il carcere riflette un’umanità inaspettata. È sovraffollato, certo, come dovunque in Italia, ma gli agenti sono gentili e hanno rapporti cordiali con i detenuti, che li rispettano.  Almeno in questa parte, nel reparto G8 del Nuovo Complesso, dove c’è anche il parco con i gazebo per le mamme e i bambini.   Ieri c’era una partita di calcio, in campo anche l’ex giocatore di Lazio e Inter, Cesar.  Tutto organizzato dai ragazzi del «Gruppo Idee Rebibbia», guidati da Zarina Chiarenza, e dalla radio «Manà Manà».  Fanno anche un giornale che si chiama «Dietro il cancello», sospeso da qualche mese.  Ma ripartirà.  All’iniziativa ha partecipato anche la più giovane consigliera regionale del Lazio, Chiara Colosimo, rimasta alcune ore a parlare con i detenuti.  Una giornata particolare sia per loro sia per gli esterni, anche grazie all’attenzione dell’ispettore della Polizia penitenziaria Giannelli e del comandante Cardilli, oltre che della direttrice del reparto G8, Covelli, vice del direttore del Nuovo Complesso, Cantone.  Per l’occasione c’era un rinfresco con tanto di cannoli. «Ma sono veramente siciliani?» ha chiesto un carcerato all’ex senatore Udc.  Risposta secca: «I cannoli li fanno in Sicilia». «Bè li fanno pure a Roma», ha sorriso il detenuto. «No, i cannoli li fanno in Sicilia», ha replicato Cuffaro.  E ha sorriso anche lui.

Rebibbia, 13 luglio 2011

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Informazioni su albertodimajo

Giornalista (lavora per il quotidiano Il Tempo). Appassionato di comunicazione politica e crostate. Laureato in Filosofia, ha scritto alcuni libri su MoVimento 5 Stelle, democrazia e casta. E' cultore della materia all'università Luiss.
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Una risposta a In carcere con Cuffaro

  1. Marcello ha detto:

    A leggere quello che dice sembra che in carcere ci sia finito per un caso del destino, che stia portando una ‘croce’, arrivatagli per caso tra capo e collo, come una malattia… Parla – giustamente, per carità – della mancanza della famiglia, esibisce, altrettanto a ragione, l’orgoglio per gli studi… Eppure, almeno da qui, non si intravede l’ombra di un pentimento, di un’ammissione di colpa… MAH

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