Tra Consip e vigili del fuoco, povera Italia

Ci sono due casi accaduti in questi giorni che spingono a perdere la già fragile speranza nella possibilità di un risveglio del nostro Paese.

Il primo riguarda l’inchiesta Consip. Secondo gli accertamenti dell’Anac di Cantone ci sarebbe un appalto da 2,7 miliardi pilotato a favore di tre aziende. La Consip è la centrale degli acquisti pubblici, creata in seno al ministero dell’Economia proprio per evitare la mancanza di trasparenza e altre peggiori conseguenze. Se la corruzione c’è anche lì…

Il secondo caso è avvenuto a Ragusa dove un gruppo di vigili del fuoco volontari appiccava incendi per ottenere l’indennità di dieci euro prevista a seguito degli interventi. Senza parole.

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Il sondaggio segreto che spaventa Berlusconi (e fa volare il M5S)

M5s: interventi parlamentari ma sole e caldo hanno la meglio

Un sondaggio «segreto», commissionato e ricevuto pochi giorni fa, avrebbe convinto Silvio Berlusconi a proporre nuovi leader per il suo partito, tra gli altri l’amministratore delegato di Fca Sergio Marchionne, oltre che candidati giovani e impegnati nella società civile. Non è una novità che l’ex premier faccia ricorso alle ricerche statistiche prima di prendere decisioni politiche. Ebbene, il sondaggio che l’avrebbe fatto saltare dalla sedia afferma che Luigi Di Maio, candidato premier in pectore del M5S, è il politico preferito dagli italiani in questo momento. Non solo. Al secondo posto ci sarebbe il deputato romano, sempre 5 Stelle, Alessandro Di Battista. Il segretario del Pd, Matteo Renzi, invece, sarebbe scivolato in quinta posizione. Dati parziali, filtrati dalle indiscrezioni che arrivano da Palazzo Grazioli.

Uno scenario che il Cavaliere non si aspettava, soprattutto dopo l’esito deludente per il MoVimento delle elezioni amministrative. Invece gli ultimi dati dimostrerebbero che i mancati ballottaggi a Genova e a Palermo non hanno fatto perdere consenso ai 5 Stelle. Sui singoli esponenti il trend segna una crescita rilevante della popolarità di Di Maio e Di Battista. Il primo rappresenta l’anima più istituzionale del «non partito», è vicepresidente della Camera. Il secondo ha un approccio più «movimentista»: ha girato l’Italia in lungo e in largo in scooter per sostenere il No al referendum costituzionale, ha dormito sul tetto di Montecitorio, sempre per difendere la Carta, s’è reso protagonista di mille battaglie in Aula.

Il sondaggio ha spinto Berlusconi a elaborare una strategia di comunicazione specifica: far apparire gli esponenti del MoVimento 5 Stelle come i «comunisti» del 1994. Proprio per non lasciare l’Italia a loro, disse nel celebre discorso della discesa in campo il 26 gennaio di 23 anni fa, si candidava alle elezioni, con l’obiettivo di cambiare l’Italia. Adesso la narrazione del Cavaliere segue lo stesso registro. Ha detto più volte che i 5 Stelle al governo distruggerebbero il Paese. A maggio scorso in un comizio per sostenere la candidatura di Allevi a sindaco di Monza, Berlusconi ha attaccato: «L’80% dei parlamentari di Grillo non ha mai presentato una dichiarazione dei redditi: vuol dire che sono senza né arte né parte. I due più visibili sono un fiume in piena perché sono fuori corso, non hanno preso mai nemmeno una laurea» ironizzava riferendosi a Di Maio e Di Battista. Vedremo se i sondaggi successivi gli daranno ragione.

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Il voto (a perdere) nel Lazio

Regione-Lazio

C’è un governatore in carica che non sa se ricandidarsi alle prossime Regionali. C’è un candidato di centrodestra che potrebbe finire nel centrosinistra. E c’è un altro candidato (5 Stelle) scongelato dal suo partito per tentare la scalata al palazzone di via Cristoforo Colombo dove, non a caso, hanno girato una delle avventure del ragionier Fantozzi. Benvenuti nel Lazio, dove lo scenario politico in vista delle prossime elezioni regionali è piuttosto caotico e risente di una coincidenza che sembra destinata a realizzarsi: le consultazioni regionali si svolgeranno lo stesso giorno (o comunque lo stesso periodo) di quelle politiche. E allora tutto si mischia e anche quello che sembrerebbe imprevedibile diventa realistico. Andiamo con ordine. Il presidente Nicola Zingaretti (Pd) ha annunciato che si ricandiderà. Ma nessuno ci crede. È significativo che quando l’ha comunicato gli unici politici che non abbiano espresso giubilo (anche ipocrita) siano stati Matteo Renzi e Matteo Orfini, non proprio due passanti. Ma, rispettivamente, segretario e presidente del Pd. Con i quali i rapporti sono ormai compromessi, anche perché Zingaretti ha scelto di andare in piazza Santi Apostoli ad applaudire Pisapia, Bersani e D’Alema. Ha preso parte al rito del rancore contro Renzi. Il segretario, ovviamente, non ha gradito. Se a questo si aggiunge che lo stesso governatore non vorrebbe imbarcarsi in una campagna elettorale dall’esito quanto mai incerto, allora diventa credibile l’exit strategy: una candidatura al Senato (dove la legge elettorale prevede l’assegnazione dei seggi su base regionale) in quota Orlando (che guida la minoranza del Pd). Ma guardando gli altri schieramenti la confusione non diminuisce. Anzi. A Forza Italia piacerebbe candidare alla presidenza del Lazio Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice. Tuttavia proprio Fratelli d’Italia, che sarebbe il suo partito, non è convinto della scelta. Anche perché starebbe lavorando alla discesa in campo di Giorgia Meloni (reduce da un ottimo risultato a Roma) o di Fabio Rampelli, capogruppo alla Camera. Nella strettoia creata da questa indecisione si sarebbe infilato il diabolico Matteo Renzi che avrebbe proposto a Pirozzi una collaborazione, diciamo, post-ideologica.

Infine ci sono i 5 Stelle. L’idea è che possa partecipare alle Regionarie, le primarie pentastellate, Roberta Lombardi, che avrebbe ottime possibilità di vincerle. È stata il primo capogruppo del MoVimento alla Camera e può contare sul consenso di gran parte degli attivisti romani. Peccato che abbia un rapporto difficile (tanto per usare un eufemismo) con il sindaco di Roma. Proprio per questo per alcuni mesi è stata messa all’angolo dai vertici del «non partito» che hanno stigmatizzato i suoi continui attacchi a Virginia Raggi. Due giorni fa s’è voltata pagina, con tanto di selfie «riparatore» tra Beppe e Roberta. Alla Raggi saranno spuntate le bolle. Ma in questa pazza politica, per la Lombardi tifa di certo Zingaretti. Una candidatura forte del M5S, infatti, avrebbe l’effetto di evitare un esodo di voti pentastellati verso il centrodestra e con un sistema elettorale a turno unico come quello regionale (chi prende più voti vince) avvantaggerebbe il centrosinistra.

La situazione è grave ma non seria, direbbe Flaiano. E poi in politica nove mesi sono un’era geologica. Può succedere ancora di tutto. E pure il suo contrario.

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Mi tagli il vitalizio? Licenzio la badante!

calcio

Ma quale privilegio, senza vitalizio gli ex parlamentari dovrebbero rinunciare pure alla badante! Lo dice il presidente dell’associazione che riunisce gli ex deputati e gli ex senatori, Antonello Falomi, che si oppone al taglio degli assegni conquistati dopo uno o più mandati trascorsi in Parlamento. Il M5S ha chiarito che voterà il testo presentato da Matteo Richetti (Pd) e dunque ne ha reso possibile il via libera anche al Senato in poche settimane. Ma Falomi non ci sta: con le nuove norme «molti ex parlamentari sarebbero in difficoltà, alcuni hanno bisogno della badante. Non siamo privilegiati. Chi vuole questa legge considera criminale chi ha fatto politica. Fanno propaganda, sanno che la Corte boccerà tutto. Un’arma di distrazione di massa» ha detto Falomi alla “Zanzara” su Radio 24. «Il salario e la pensione del parlamentare non sono assimilabili a quelli della persona normale. I politici hanno una funzione di garanzia. È giusto che vengano pagati di più. È giusto che prendano di più rispetto a un cittadino normale», ha aggiunto. Poi ha fatto i conti: «Io prendo quattromila e settecento euro per quattro legislature. Il vitalizio medio di tutti gli ex parlamentari è 3.500 euro, non è pensione d’oro». Se fosse approvato il testo di Richetti condiviso dai 5 Stelle i vitalizi sarebbero ricalcolati con il sistema contributivo (quello in vigore per le attuali pensioni di tutti i lavoratori italiani). Inevitabilmente sarebbero tagliati in modo rilevante (secondo le stime dell’Inps del 45 per cento). Ma gli ex parlamentari annunciano che presenteranno ricorso, puntando sul fatto che i diritti acquisiti non si toccano. Ora che c’è una maggioranza disponibile a ridurre gli assegni la domanda è d’obbligo: il Parlamento riuscirà davvero a raggiungere il traguardo? Il M5S (e non solo) ha dei dubbi. Da giorni ipotizza che il Pd potrebbe approvare la norma alla Camera e poi farla naufragare al Senato. Dal canto loro, i dem assicurano che andranno fino in fondo. Chi avrà ragione? Bisogna soltanto attendere. Dipende tutto dalla proverbiale “volontà politica”. In fondo la legge che ha permesso ai partiti di ottenere i rimborsi elettorali anche senza presentare i propri bilanci alla Commissione che avrebbe dovuto esaminarli è stata approvata in pochissimi giorni.

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Sui vitalizi ex deputati ed ex senatori si salvano a vicenda

deputato

È una storia tipicamente italiana. Una di quelle che sembrerebbe frutto della fantasia di un «genio del male» e che invece dimostra che spesso la realtà va oltre ogni previsione realistica. Ecco la vicenda. Alla fine di marzo la Camera dei deputati ha approvato un provvedimento per stabilire un contributo di solidarietà su tutti i vitalizi superiori a 70 mila euro all’anno. Non proprio un sacrificio. Infatti la riduzione è pari al 10 per cento della somma eccedente i 70 mila e fino agli 80, del 20 per cento per gli assegni che variano da 80 a 90 mila euro all’anno, del 30 per cento per quelli da 90 a 100 mila e del 40 per cento per i vitalizi che oltrepassano i 100 mila euro all’anno. Significa che se un ex deputato guadagna 71 mila euro dovrà versare 100 euro in un anno. Ovviamente il provvedimento ha suscitato molte polemiche, soprattutto da parte di quei partiti, MoVimento 5 Stelle in testa, che avevano proposto di cancellare o di rivedere totalmente i vitalizi. Ma è entrato in vigore da questo mese. Gli ex deputati hanno presentato ricorso e hanno dato mandato di rappresentarli all’avvocato (ed ex parlamentare) Maurizio Paniz. Proprio lui ha spiegato pochi giorni fa che «il contributo di solidarietà viola il principio di uguaglianza, sancito dalla nostra Costituzione. Perché gli ex deputati sì e i senatori, i parlamentari in carica e i vertici di altre amministrazioni dello Stato no?».

Se gli ex inquilini della Camera puntano sul fatto che i senatori non abbiano approvato lo stesso provvedimento di Montecitorio, gli ex del Senato basano la loro attesa proprio sui ricorsi presentati dai primi. La renziana Rosa Maria Di Giorgi, vicepresidente del Senato, è stata chiara: «Non abbiamo preparato nessun testo. Sulla delibera Sereni pendono già dei ricorsi di alcuni ex parlamentari. Attenderemo l’esito e poi valuteremo il da farsi». Un cortocircuito e, allo stesso tempo, una strategia che potrebbe consentire agli ex parlamentari di evitare l’esiguo contributo di solidarietà. Il 7 giugno si riunirà il Consiglio di giurisdizione della Camera, un organismo in cui siedono tre deputati (tra cui due renziani), che potrebbe sospendere la delibera di Marina Sereni (sempre Pd) che ha introdotto la riduzione. Ma prima di allora, il 31 maggio, andrà in Aula la proposta di legge presentata dal dem Richetti che chiede di ricalcolare i vitalizi con il sistema contributivo (come per le pensioni degli altri italiani). Se passasse, i vitalizi sarebbero ridotti, in media, del 40-45 per cento.

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Arriva il concorsone a Montecitorio!

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Alla Camera preparano «la grande infornata». Arriverà tra poche settimane il concorso per assumere altri dipendenti. Con le uscite degli ultimi anni, gli uffici di Montecitorio hanno perso un terzo del personale. Dunque la presidente Laura Boldrini e l’ufficio di presidenza hanno deciso di preparare un bando. La procedura è piuttosto lunga, prevede infatti che sia inviata una nota ai sindacati, poi toccherà al Comitato Affari del Personale elaborare un piano per le assunzioni e, infine, ci sarà la delibera dell’ufficio di presidenza. Secondo le indiscrezioni, la maggior parte delle assunzioni riguarderà consiglieri parlamentari e ingegneri informatici, oltre a tecnici, commessi e altri profili.
Si prevede, ovviamente, un numero enorme di partecipanti: da sempre nell’immaginario collettivo lavorare alla Camera e al Senato è un sogno. Soprattutto per gli stipendi più alti, in media, di posti in aziende private, anche se negli ultimi anni c’è stato un taglio dei compensi. Eppure i dipendenti l’hanno spuntata sia sul «ruolo unico» sia sulle indennità. Il primo è stato salutato dai numero uno di Camera e Senato come «un’innovazione profonda nella storia della struttura parlamentare, un segno rilevante della sua capacità di autoriforma. Maggiore efficienza, un impiego più flessibile e razionale delle risorse, percorsi di carriera decisi non più dall’anzianità di servizio ma dal merito, secondo criteri di selettività e trasparenza». Il «ruolo unico» prevede di uniformare compiti e stipendi dei dipendenti di Montecitorio e Palazzo Madama. Secondo i critici, MoVimento 5 Stelle in testa, di fatto blinda il trattamento giuridico ed economico dei funzionari dei due rami del Parlamento. «Ogni modifica futura ai loro stipendi – spiega Riccardo Fraccaro (M5S) – dovrà essere decisa non più come avviene oggi solo dalla Camera o dal Senato, ma da entrambi contemporaneamente. Servirà una maggioranza bulgara e di fatto non si potrà più tagliare».
Per quanto riguarda le indennità di funzione, invece, il discorso è diverso. Erano state bloccate ma i dipendenti hanno fatto ricorso all’organismo giurisdizionale della Camera composto da tre deputati (c’è l’autonomia) e hanno avuto ragione. Dunque le voci retributive che dovrebbero essere previste per i dipendenti che svolgono particolari incarichi e che invece vengono distribuite a tutti (con poche eccezioni), sono state reintrodotte. Il segretario generale (il livello più alto dell’amministrazione) avrà 2.200 euro netti al mese in più, un capo servizio quasi 1.200 euro, un coordinatore di unità operativa di V livello 441 euro, un interprete-traduttore 378 euro. Avranno meno gli addetti alle segreterie del presidente, dei membri dell’ufficio di presidenza e del segretario generale: l’incremento dell’indennità di funzione sarà quasi 160 euro netti al mese. Secondo il MoVimento 5 Stelle, che ha denunciato l’aumento delle indennità, con questo provvedimento il Parlamento pagherà 3 milioni di euro in più ogni anno. Eppure era stata proprio la Boldrini a invitare i dipendenti di Montecitorio a essere «sempre più in sintonia con la realtà difficile che sta vivendo il Paese». Ma contro le indennità non c’è stato niente da fare e i dipendenti possono tirare un sospiro di sollievo. Il cassiere, ad esempio, ha diritto all’«indennità di maneggio e custodia valori». Ma non è il solo. Ce l’hanno pure il vice cassiere, l’aiuto cassiere e l’addetto alla cassa, che peraltro possono contare già su buste paga sostanziose: da un minimo di 30 mila euro all’anno a un massimo di 100 mila (le indennità vanno, invece, da 48 a 193 euro netti al mese).
Ma come sarà organizzato il concorso per essere assunti alla Camera? Prove scritte e orali che, assicurano a Montecitorio, sono «molto selettive, dirette a verificare il possesso di un patrimonio di conoscenze specialistiche relative a settori assai diversi tra loro, quali quelli giuridico, economico, finanziario, umanistico, linguistico e tecnico, in relazione ai diversi livelli e professionalità da reclutare». Per i consiglieri parlamentari, per cui saranno previsti molti posti ci sarà un questionario a risposta multipla («alla cui correzione si procede in modo automatizzato») soprattutto di Diritto costituzionale, amministrativo, procedura parlamentare, dell’Unione europea e civile. Viene richiesto anche di conoscere la storia d’Italia dal 1848 ad oggi e una lingua straniera, da scegliere tra inglese, francese, tedesco e spagnolo. «La prova orale consiste in un colloquio sulle materie oggetto della prova selettiva e su tutte le materie oggetto delle prove scritte. Nel corso della prova orale si procede altresì all’accertamento della capacità di utilizzo di un personal computer per la produzione di documenti, con particolare riferimento alle tecniche di ricerca, attraverso Internet, di dati e documenti disponibili presso i principali siti istituzionali». C’è poi un’altra prova facoltativa, se il candidato conosce anche una seconda lingua straniera.
L’identitik tracciato da Montecitorio del «perfetto dipendente» è preciso: «L’imparzialità caratterizza l’operato dell’intero corpo del personale della Camera, cosa che è necessaria e funzionale in un contesto parlamentare nel quale sono rappresentate le diverse forze politiche. Tale imparzialità riguarda i singoli dipendenti e l’apparato nel suo complesso, che, con elevati livelli di qualità professionale, svolge i propri compiti secondo metodi di lavoro, regole e procedure predeterminate. Le funzioni dei Servizi e degli Uffici sono assolte con tempestività, in relazione all’esigenza degli organi parlamentari di svolgere pienamente e senza alcun ritardo le proprie funzioni». Insomma bisogna fare in modo che «le questioni tecniche non impediscano, né differiscano i tempi della decisione politica». L’orario di lavoro? Deve garantire «l’esigenza di assicurare il pieno supporto all’attività degli organi parlamentari. Ai dipendenti è dunque richiesta la massima disponibilità sia in termini di durata e flessibilità della presenza in servizio». È prevista l’incompatibilità con ogni altro incarico. Ai dipendenti non è, inoltre, consentito «esercitare commerci e industrie né accettare cariche di amministratore, consigliere, commissario, sindaco o simili, retribuite o meno, nelle società costituite a fine di lucro».

 

 

 

 

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L’AUDACIA di Macron e Obama? Inventata da D’Annunzio

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Nella politica mediatica degli ultimi decenni la capacità di suscitare emozioni (più che riflessioni) è diventata centrale. Non ci sono più le ideologie e neanche le appartenenze (se non in pochi casi) e dunque i partiti sono costretti a gettarsi alla conquista di un consenso trasversale in ogni competizione elettorale. Per questo la comunicazione si è progressivamente (e naturalmente) impossessata della politica, soprattutto nei Paesi in cui i politici sono meno preparati (come da noi). Ma le emozioni superano i confini nazionali. Ieri il nuovo presidente francese, Emmanuel Macron, (il più giovane di sempre con i suoi 39 anni) ha parlato, più volte, di “audacia” (quella di puntare sull’Europa, di vincere la paura, anche di pensare a un establishment diverso): “Avete scelto di essere audaci” ha ripetuto ai francesi in piazza. La stessa “audacia” che fu del presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Lui la declinò in maniera differente. Mostrava e chiedeva “l’audacia della speranza”.  Eppure l’audacia arriva da lontano. “Memento audere semper” (Ricorda di osare sempre) è uno detti latini più fortunati, inventato da Gabriele D’Annunzio che aveva interpretato in questo modo l’acronimo Mas, cioè il motoscafo armato silurante. Ci si potrebbe stupire che l’audacia richiesta agli elettori e ai politici sia collegabile a un mezzo per fare la guerra. In realtà gran parte della politica usa ogni giorno parole rubate al lessico militaresco: ultimatum, schieramenti, battaglia, stato maggiore, fare quadrato, tregua e tanti altri. Ecco perché in politica, ma non solo, ci vuole audacia.

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