Vitalizi dimezzati, finalmente. Ma ora liberiamo l’Italia da nepotismo e corruzione

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La Camera ha tagliato i vitalizi degli ex deputati. Ci sono voluti anni di discussioni, proposte, litigi per approvare un provvedimento sacrosanto. Vedremo se anche il Senato si adeguerà alle nuove norme, che hanno imposto il metodo contributivo (quello che regola già da ventidue anni le pensioni di tutti gli altri comuni mortali) anche agli ex parlamentari, e, ovviamente, se la Corte costituzionale boccerà i ricorsi presentati.

In ogni caso la guerra alla Casta non può essere un traguardo. È un punto di partenza. Il vero costo della nostra politica (intesa in senso molto ampio) non è il vitalizio (o tutti gli altri odiosi privilegi degli onorevoli). No. Il principale spreco che ci sobbarchiamo è nella bassa qualità di quella che una volta si chiamava classe dirigente, nella sua incapacità di cambiare le cose e nell’assenza di meritocrazia. E qui la platea dei privilegiati inevitabilmente si allarga ed esce dalla Camera, dal Senato o dalle Regioni.

Il risparmio più grande per il nostro Paese sarebbe scegliere le persone per le poltrone e non le poltrone per le persone. Sarebbe ridurre la burocrazia (e con essa la corruzione), cancellare gli enti inutili, mandare a casa i baroni o chi continua a dispensare veti e vincoli per mantenere la propria rendita di posizione, liberandoci una volta per tutte dall’insopportabile sindrome di Calimero che attanaglia un grande Paese come l’Italia. Allora sì che potremmo fare un salto nella modernità e dare speranza a chi, nonostante il taglio dei vitalizi, la sta perdendo.

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Nuovo libro e sfida in Sudamerica e Spagna. Emanuelli prepara la rivoluzione d’ottobre (ma resta se stesso)

ioerobertoemanuelli

La libreria Mondadori in via Tuscolana, a Roma, si è riempita in pochi minuti. Ancora una volta tantissime lettrici hanno voluto incontrare Roberto Emanuelli. Io l’ho conosciuto due anni e mezzo fa, quando aveva deciso di pubblicare a sue spese il romanzo che aveva in parte condiviso on line con una piccola ma agguerrita comunità di sostenitrici che avevano fondato un gruppo su Facebook dal nome inequivocabile: “Quelle che non possono più vivere senza un romanzo di Emanuelli”.

A vederlo adesso, dopo aver pubblicato due libri con Rizzoli (“E allora baciami” e “Davanti agli occhi”) ed essere diventato un caso letterario (il primo romanzo ha venduto oltre 130 mila copie e il secondo sta seguendo la stessa strada), sembra che non sia cambiato niente. Roberto indossa una camicia e un paio di jeans, si preoccupa del traffico e del guasto a un treno che ha complicato l’arrivo di alcune ragazze (“una viene dalla Puglia, ha telefonato due volte – dice il proprietario della libreria – speriamo che ci raggiunga in tempo”), poi bacia e abbraccia lo staff della Rizzoli (il responsabile della narrativa, Michele Rossi, è arrivato da Milano per partecipare alla serata). In prima fila ci sono il fratello Marco e la madre, sedute e in piedi centinaia di donne con i suoi libri sotto braccio.

Era il 2016 quando scrissi sul giornale per cui lavoro, Il Tempo, che Emanuelli avrebbe fatto strada e che avrebbe rivoluzionato il mondo social e quello editoriale. Ora la sua “famiglia”, costruita intorno al motto “Siamo solo per pochi”, conta 500 mila persone, che continuano a confrontarsi on line, a dialogare con Roberto e a sostenere il suo lavoro.

A ottobre la Planeta pubblicherà “E allora baciami” in Sudamerica e Spagna (Miriam Vall ha mostrato in anteprima la copertina) e il 16 dello stesso mese uscirà in Italia, sempre per Rizzoli, il suo terzo romanzo, “Buonanotte a te”. Parlerà di emozioni, sogni e rapporti complicati. Ci saranno un avvocato cinico e spietato e una ragazza appena diciottenne. Roberto lo sta finendo di scrivere.

Ogni volta che lo vedo penso che sia straordinario il modo in cui riesce ad arrivare al cuore dei lettori (stanno aumentando anche gli uomini) e che sia stupefacente il fatto che una comunità nata e cresciuta sul web faccia vendere così tanti libri (ormai per molti giusto un oggetto di arredamento).

Credo di aver compreso il “segreto” di Roberto. L’autenticità. Emanuelli ha cominciato a scrivere perché ne aveva bisogno e non ha mai nascosto la sua personalità (anzi ha sempre precisato che oltre alle parole che usa ha anche molti difetti, come tutti). Sa che in Italia ci saranno giusto 4 o 5 scrittori che vendono più di lui ma non s’è montato la testa. E, soprattutto, non ha intenzione di cambiare il suo stile pop, mal digerito dai critici letterari che sanno sempre tutto e purtroppo è tutto quello che sanno. Roberto non vuole trasformarsi in quello che non é. Vuole continuare a parlare a tutti. E con tutti. A modo suo.

In questa nostra Italia scalcinata, in cui gli entusiasmi e le emozioni languono e in cui tanti si arrendono, la storia di Emanuelli e le storie raccontate da Emanuelli sono un risveglio. Mostrano che oltre all’individualismo imperante e all’egocentrismo gonfiato dai social esiste un’altra dimensione, per cui tante persone passano un martedì sera in piedi per un’ora in una libreria ad ascoltare uno scrittore che parla della vita com’è e non come dovrebbe essere. E che poi riprendono la metropolitana, l’autobus o il treno per tornare in Puglia.

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Immigrati, fisco, scorte, droga e vaccini. Governo giallo-verde malato di “annuncite”

Forza Italia firma 2 dei referendum proposti dalla Lega

Una patologia ha colpito il governo giallo-verde: l’«annuncite». I sintomi sono inconfondibili. I soggetti che ne restano vittime non resistono alla frenesia di dover dichiarare qualcosa ogni giorno, di lanciare una polemica, di dare un titolo ai giornali. Pazienza se all’annuncio non dovessero seguire i fatti. In fondo la memoria non è il forte degli italiani e in quest’epoca con informazioni superficiali e caotiche conta più l’effetto emotivo che la verità.

Tutto è cominciato con la questione immigrati. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha aperto (insieme con il premier Conte) una difficile trattativa con l’Unione europea. Giusto. Passate poche ore, il leader leghista già guardava altrove: alle cartelle esattoriali. Annunciava lo stop per quelle sotto i centomila euro. Poi rilanciava la necessità di un censimento dei rom (peraltro già disposto, o solo annunciato?, da una decina di sindaci).

Domani è un altro giorno, deve aver pensato Salvini e quindi ha cominciato una nuova battaglia: il taglio delle scorte. Da copione, la rissa con lo scrittore Roberto Saviano. Ma è durata poche ore. Era già pronto un altro annuncio: l’esercito fuori dalle scuole per combattere lo spaccio di droga. Applausi dei cittadini!

Ieri l’ultima uscita di Salvini: «Dieci vaccini obbligatori sono inutili e in parecchi casi pericolosi se non dannosi». Vaccini inutili e dannosi? Un’asserzione quanto meno inopportuna, se non proprio sbagliata. Ma inevitabile: i sintomi dell’«annuncite» non si riescono a frenare. La furia dichiaratoria di Salvini ha contagiato Luigi Di Maio, l’altro azionista del governo. Quest’ultimo, messo in ombra dal protagonismo dell’alleato, in due giorni ha puntato su vitalizi, riders, reddito di cittadinanza, spesometro, redditometro e studi di settore. Altri applausi! Con la speranza che qualche annuncio diventerà realtà e che la politica non si faccia fagocitare dalla comunicazione.

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Governo, elezioni e politica. Ecco perché “voi intellettuali non ce state a capi’ un c.”

deputato

Globalizzazione, sharing economy, web. Il mondo è cambiato. Internet ha cancellato la mediazione (e la delega) e rivoluzionato anche la politica.  Mi sembra evidente che analisti, osservatori e politologi che imperversano (in tv e altrove) siano ancora legati a vecchi schemi e a contesti superati.

LA POLITICA E’ CAMBIATA. Per capirla bisogna guardarla con gli occhi della rivoluzione tecnologica, del nuovo marketing ma anche con quelli dei cittadini che ogni giorno fronteggiano tanti problemi.

Mi viene in mente il film “Ferie d’agosto” in cui Ennio Fantastichini (commerciante romano) rimprovera Silvio Orlando (giornalista di sinistra e saggista): “La verità è che voi intellettuali non ce state a capi’ un cazzo, ma da mo’…”.

P.S. PER MASOCHISTI – Quello che penso su questo tema l’ho scritto nel libro “LOVEPOLITIK” (Castelvecchi, 2017)

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Governo con il M5S per 5 anni. La grande occasione di Salvini

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Fino a poche ore fa mi sembrava evidente che Matteo Salvini non potesse lasciare gli alleati per costruire un governo con il MoVimento 5 Stelle. Fare l’azionista di minoranza di un esecutivo (giustamente) guidato da Luigi Di Maio sarebbe stato un rischio molto alto: Salvini avrebbe potuto perdere la possibilità di essere il leader del centrodestra, faticosamente conquistata con il brillante risultato elettorale. La vedevo così finché non ho sentito Salvini e Di Maio al Quirinale.

Lo scenario è cambiato. Di Maio ha proposto (a Lega o Pd) di sottoscrivere un vero e proprio contratto di governo (alla tedesca) e Salvini ha garantito di essere disponibile a un esecutivo che duri 5 anni (in caso contrario, meglio tornare alle urne, ha detto). A questo punto l’occasione diventa irripetibile non solo per il M5S ma anche per la Lega.

Salvini (senza Berlusconi e Forza Italia) proiettato in un governo di legislatura (con Di Maio premier) può costruire un grande partito di centrodestra. Del resto, diciamola tutta, la coalizione con il Cavaliere e la Meloni è un cartello elettorale, diviso sul programma, sulle prospettive e sui candidati premier. Diviso anche al Quirinale. Invece con una prospettiva lunga (5 anni appunto) Salvini può accettare la sfida e rivoluzionare il centrodestra e, con esso, l’intera politica italiana. Vi immaginate come sarà l’Italia nel 2023? Ecco. ora sì che il gioco vale la candela.

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Cairo, Mentana e gli altri: i premier “alternativi” per il governo M5S-Lega. Lo dicono i sondaggi

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Non si può dire che dopo l’accordo tra il M5S e il centrodestra per le presidenze delle Camere la strada sia ormai spianata anche per Palazzo Chigi, ma le cose sono meno complicate di quanto apparivano fino a pochi giorni fa. Sono ancora fresche le parole di Beppe Grillo – «Salvini è uno che quando dice una cosa la mantiene». Ieri il leader leghista non è stato da meno: «Conoscevo poco Di Maio e il M5S. Devo dire che in questi giorni ho trovato persone ragionevoli, costruttive e propositive. Logico che ci siano schermaglie, ma attorno ad un tavolo è possibile ragionare». Insomma, la trattativa per Palazzo Chigi è sulla strada giusta anche se restano due nodi piuttosto difficili da sciogliere: chi farà il premier (Di Maio o Salvini?) e quale sarà il ruolo di Forza Italia (cioè Berlusconi) nella maggioranza che eventualmente sosterrà il nuovo governo. Sul secondo punto Salvini ha già avvertito: «Non puoi andare al governo dicendo “o io o niente” altrimenti che discussione è? Se Di Maio dice “o io o nessuno” sbaglia, perché a oggi è nessuno».

Eppure il MoVimento 5 Stelle è deciso a sostenere Luigi Di Maio come presidente del Consiglio: «Se noi ai cittadini presentiamo un altro candidato premier, non eletto dai cittadini, determiniamo il definitivo allontanamento dalla politica» ha avvertito Alfonso Bonafede, uno dei più stretti collaboratori del capo politico pentastellato. «A queste elezioni i cittadini hanno partecipato con entusiasmo e, quindi, va data una risposta e questa risposta secondo noi non può prescindere dalla presenza di Luigi Di Maio come candidato premier», ha aggiunto Bonafede. Insomma, o lui o niente.Almeno per ora. Ci vorrà ancora tempo per confrontarsi e superare la fase dei diktat.

Ci ha provato l’ex mago dei numeri (parlamentari) del Cavaliere, Denis Verdini, a invitare i protagonisti della trattativa ad essere pragmatici: «Ci vuole un altro compromesso», ha detto ai microfoni di «Circo Massimo» su Radio Capital l’ex leader di Ala. Insomma, i big dovrebbero «fare un passo indietro, indicando una figura terza per Palazzo Chigi, come si è sempre fatto in passato». Nessuno pensi a riedizioni dei Responsabili: «A parte la parola voltagabbana, che poi sono tali quando fa comodo, la sostanza è che per fare il governo ci vogliono i numeri e in questo Parlamento non è possibile mettere insieme una, cinque, dieci, venti persone perché al centrodestra ne mancano sessanta per stare ai minimi, il che significa non governare, quindi ce ne vogliono settanta, si tratta di fare un ragionamento tra Pd, M5S e Centrodestra. E anche qui la strada è tracciata». Quella, cioè, di un passo indietro di Salvini e Di Maio che apra la strada di Palazzo Chigi a «un terzo che sarà una figura di riferimento e loro potranno fare uno il vicepresidente del Consiglio o all’Interno, o uno agli Esteri e uno si prende l’Economia».

E chi potrebbe essere il premier condiviso dal M5S e dal centrodestra in caso, ovviamente, di rinuncia da parte di Salvini e Di Maio? Il toto-presidente del Consiglio è già partito. Ma, visto che il contesto politico attuale è molto diverso da quello tradizionale, avanzano figure che non sono cresciute nel mondo politico. Anzi. È molto significativo che la società di sondaggi Swg, da sempre impegnata a delineare gli scenari futuri, abbia sondato l’indice di gradimento dell’imprenditore Urbano Cairo, proprietario di Rcs e La7, e dei giornalisti Enrico Mentana e Milena Gabanelli. Accanto a loro anche il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, il giudice emerito della Corte costituzionale Sabino Cassese e il presidente della Bce Mario Draghi. I risultati non saranno resi pubblici e, peraltro, a questa ricerca ne seguiranno altre che coinvolgeranno nuovi personaggi. Chissà se ci sarà anche l’ambasciatrice Elisabetta Belloni (vicina pure all’ex deputato Alessandro Di Battista), che nelle ultime ore compare in retroscena e possibili governi pentastellati.

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Un governo si farà. Per 2 ragioni: non far stravincere il M5S e per il “tengofamiglia”

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Il M5S ha aperto a tutte le forze politiche. Quando si ottiene quasi il 33% dei voti è inevitabile puntare al governo. Ma gli altri partiti non ci stanno. Né il Pd (benché negli ultimi anni si sia alleato con Berlusconi, Alfano e company), che non ha digerito il trattamento ricevuto dai grillini nella scorsa legislatura. Né Forza Italia, secondo cui i pentastellati sono i nuovi comunisti che il Cavaliere ha evocato negli ultimi venti anni. Per la Lega il discorso è più politico: conviene a Matteo Salvini, che è riuscito a imporre la sua leadership nel centrodestra, sprecare l’occasione per fare l’azionista di minoranza di un governo guidato da Luigi Di Maio? No.

Dunque resta soltanto la possibilità di un governo istituzionale che possa restare in carica sei mesi o poco più per  approvare una nuova legge elettorale (anche se l’ultima l’hanno fatta pochi mesi fa Pd, Fi e Lega: potevano farla meglio invece di dover costringere il nuovo Parlamento a correggerla!) e andare al voto subito dopo.

Ad oggi, a due settimane dalle consultazioni al Quirinale, questo sembra l’unico esito possibile. Ma io credo che alla fine un governo “stabile” si farà (anche se il M5S esclude, giustamente, di far parte di un esecutivo istituzionale).

Quando il presidente Mattarella ricorrerà, giusto ipoteticamente, all’espressione più drammatica per i parlamentari, cioè “VOTO ANTICIPATO”, tanti deputati e senatori potrebbero riacquistare improvvisamente il senso di responsabilità. Insomma, potrebbe prevalere il “tengofamiglia” (e dunque i privilegi del Palazzo). I più furbi sembreranno anche convinti e diranno: “Se torniamo alle elezioni stravinceranno i 5 Stelle. Meglio evitarlo, trovando un’intesa o per farli governare o per isolarli all’opposizione per altri 5 anni”. Non sarebbe la prima volta.

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