Età, studi, politica e non solo: Di Maio come l’austriaco (quasi premier) Kurz

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Sebastian Kurz sarà il prossimo cancelliere dell’Austria, il più giovane del mondo.  Lo chiamano «Wunderwuzzi» (bambino prodigio) perché la sua corsa verso il governo è cominciata prestissimo. Leader dei Popolari, ha conquistato la maggioranza relativa alle elezioni di pochi giorni fa e costruirà un governo con l’ultradestra, che ha avuto un risultato sorprendente.
I «numeri» di Kurz ricordano quelli del candidato premier del M5S, Luigi Di Maio. Entrambi sono diventati deputati a 26 anni, entrambi aspiranti premier a 31, entrambi studenti di giurisprudenza, entrambi hanno interrotto l’università per fare politica, entrambi erano già molto attivi nelle organizzazioni studentesche. Non solo. Tutti e due hanno una madre insegnante e una compagna da cui non si separano mai. In Austria Kurz è già stato sottosegretario e ministro degli Esteri, in Italia Di Maio vicepresidente della Camera. In Austria nessuno si stupisce di un premier giovane, non laureato e che governerà con i “populisti” (è stato il più votato), in Italia sembra invece un’eresia, tanto che gli insulti e le polemiche continuano a oscurare il dibattito sui contenuti politici.

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Pirozzi o Todini? Il dilemma del centrodestra nel Lazio

Terremoto in centro Italia: il Presidente Mattarella in visita ad Amatrice

Il centrosinistra (non si sa ancora con quali confini) punterà sul governatore uscente Nicola Zingaretti, il M5S ha incoronato ieri sera la prima capogruppo alla Camera, Roberta Lombardi. Manca soltanto il centrodestra, che ancora non ha deciso chi sarà l’aspirante presidente della Regione Lazio. Il tempo stringe, le elezioni dovrebbero svolgersi a marzo prossimo. Ma la situazione è piuttosto complicata. Il centrodestra, almeno secondo i sondaggi, potrebbe strappare la Regione a Pd e company, eppure il candidato non si vede all’orizzonte. O, forse, se ne vedono troppi. La prima ipotesi (rivelata mesi fa proprio da Il Tempo) è Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice. La sua storia e il grande lavoro dopo il terribile terremoto che ha colpito il centro Italia l’hanno portato alla ribalta. Pirozzi, che ha pubblicato un libro che uscirà in questi giorni, ha raccontato di avere un’unica priorità, la vita della sua gente, come direbbe lui. I suoi concittadini (e anche quelli dei paesi vicini) ne parlano come un uomo concreto, pratico e vigoroso. Bravo anche a emozionare. «Io non perdo mai. Vinco o imparo» ha scritto nel volume che racconta i suoi momenti più difficili ad Amatrice. È di Fratelli d’Italia ma il suo partito non l’ha mai lanciato alla conquista di Via Cristoforo Colombo. Anzi, la presidente Giorgia Meloni ha usato sempre toni bassi: «Non ne abbiamo parlato». Pirozzi, invece, ha ottenuto quasi subito il via libera di Silvio Berlusconi che avrebbe sottolineato la forza mediatica del primo cittadino di Amatrice. In effetti gli basterebbe sposare uno slogan (vagamente renziano) come «il sindaco del Lazio» e costruire una grande lista civica, appoggiata dai partiti della coalizione, per poter conquistare molto consensi. Del resto era paciuto parecchio anche a Matteo Renzi, che gli ha proposto una non meglio definita collaborazione. Eppure nella realtà le cose non sono così semplici. A destra c’è anche chi allontana questa eventualità temendo, per dirla con le espressioni che girano in questo campo politico, che Pirozzi finisca per essere «un’altra Polverini». Cioè un governatore troppo indipendente, testardo, poco abituato alla diplomazia e per nulla incline alle trattative partiti/poltrone. Con la ex segretaria dell’Ugl non andò granché bene: la legislatura si concluse con due anni di anticipo. Eppure Pirozzi potrebbe «rubare» voti preziosi ai 5 Stelle e fare il pieno soprattutto lontano da Roma, dove il Pd sembra in grande difficoltà (ha perso dovunque alle ultime Amministrative). Peralto per riconfermarsi Zingaretti dovrebbe stravincere almeno nella Capitale. Altra ipotesi, ad oggi, difficile. A proposito, un’alleanza con Ap di Alfano (o con una lista civica vicina ad Ap) porterà più voti al governatore uscente? Non metterà, piuttosto, in crisi l’alleanza con la Sinistra, peraltro giustamente tanto sbandierata da quello che per molti avrebbe dovuto essere l’anti-Renzi? È presto per dirlo. In ogni caso se non si chiudesse l’accordo su Pirozzi, il Cavaliere pensa all’ex presidente di Poste Italiane (ed ex eurodeputata di Forza Italia), Luisa Todini. Il nome dell’imprenditrice esce in quasi tutte le consultazioni ma resta solo nei titoli dei giornali. Sarà la volta buona? Il centrodestra pensa anche al presidente della Federazione italiana nuoto, Paolo Barelli, e al senatore di FI Claudio Fazzone. Gli equilibri sono delicati. Di certo, senza un candidato trasversale e poco politico il centrodestra rischia di dilapidare il vantaggio.

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Sorpresa, Zingaretti diventa renziano!

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Doveva essere (o almeno tanti lo speravano) l’Anti-Renzi. Lui, sostenitore del centrosinistra vecchia maniera, ultimo dei bettiniani a rivendicare il modello Lazio, critico verso le aperture a destra dell’ex sindaco di Firenze. Lui, coerente e sorridente nella piazza di D’Alema, Boldrini e Pisapia, comprensibilmente incensato da Sel e company che hanno trovato nel palazzone di Via Cristoforo Colombo un piccolo Eden. Ma in politica le cose cambiano velocemente e in vista delle prossime elezioni regionali, in programma a marzo (forse nello stesso giorno delle Politiche), Nicola Zingaretti ha cambiato strategia. Dopo mesi di congetture, analisi, ipotesi, il governatore uscente ha chiarito che vuole costruire una coalizione ampia, che comprenda anche i moderati. Cioè Alternativa Popolare di Angelino Alfano e affini, magari sotto forma di lista civica per non destare troppo allarme nei sostenitori tradizionali del partito. Del resto il Pd è in difficoltà (alle ultime Amministrative nel Lazio ha perso dovunque) e la Sinistra (Smeriglio e partners) non sembra poter compensare le perdite (è già un miracolo che abbia trascorso cinque anni al governo). Dunque Zingaretti imbarcherà anche quelli che finora hanno guardato a destra. Esattamente come Matteo Renzi. Per rendere più semplice l’allagamento della coalizione, il governatore manterrà il listino bloccato (rimasto soltanto nella legge elettorale del Lazio), che consentirà di dare un posto in Consiglio (ovviamente in caso di vittoria) a dieci candidati (in tutto sono cinquanta). Riconfermarsi alla guida di Via Cristoforo Colombo non sarà facile per Zingaretti. Non è un caso che nessun governatore del Lazio sia stato rieletto. Ma può farcela. Lui non si tira indietro. I suoi elettori concorderanno con il suo piano elettorale o storceranno il naso? Chissà. Ancora è presto per trarre conclusioni. Se non quella che, ancora una volta, trionfa la Realpolitik. Quella che smentisce proclami e rivendicazioni ideologiche. Se solo i politici fossero più prudenti…

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Foto glamour e autogol, ecco perché la Boschi social non funziona

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Eppure Maria Elena Boschi avrebbe i numeri per imporsi nel poco entusiasmante contesto politico italiano. Ma qualcosa non funziona. I quaranta giorni di digiuno sui social, seguiti alla batosta del referendum del 4 dicembre scorso e alla bufera su Banca Etruria, non sono serviti e il nuovo corso aperto dalla sottosegretaria poche settimane fa non dà i risultati sperati.

L’ultimo autogol (è proprio il caso di usare la metafora calcistica) è arrivato ieri con un tweet: “Norvegia: sancita parità salariale tra calciatori e calciatrici. Domani con @LottiLuca daremo vita a tavolo di lavoro su questi temi. #avanti”. Anche un politologo gentiluomo come Pasquino non ha potuto fare a meno di cinguettare: “A ognuno le sue priorità”. Figurarsi se in un paese come il nostro, con la rivolta per la soglia 67 per la pensione, la disoccupazione giovanile alle stelle, le aziende che chiudono, possa diventare un tema politico l’adeguamento degli stipendi tra giocatori e giocatrici.

Ma la Boschi sbaglia anche le immagini. Come le fotografie patinate sul bus, in palestra, sola in ufficio, ma anche in compagnia dei militanti, pubblicate su instagram, che hanno il carattere di un book, in cui domina la grazia della renziana ma sparisce la normalità.

La società di comunicazione che la segue (che ha curato le brillanti campagne elettorali di Vendola e del Pd alle Europee) non ha un compito facile, intendiamoci. Ma, almeno per ora, la Boschi è una Ferrari che va come una Cinquecento. Ingolfata. Il fine della comunicazione della sottosegretaria dovrebbe essere quello di contrastare due narrazioni: quella del fallimento politico, seguito al suo impegno sulle riforme che ha avuto un esito negativo, acuito dal suo rientro al governo, e quella che la descrive come simbolo dell’establishment, più intenta a curare gli interessi di presunti poteri forti che dei cittadini.

Per questo immagini e pensieri della Boschi dovrebbero andare esattamente nel senso opposto di come vanno: basta con le foto da rotocalco o le espressioni ispirate. Belle ma controproducenti. Meglio la vita di tutti i giorni, il contatto con le persone, un approccio dal basso.

Anni fa l’ingegner Reed, capo del dipartimento Social dell’allora presidente Obama, rispose molto semplicemente a chi gli chiese quale fosse la App del suo successo: People. Non si può prescindere dalle persone nell’epoca della Social Politics e del marketing della condivisione (non è un caso che Renzi si rivenda continuamente proprio frasi e ragionamenti di Barack Obama, a partire da quell’ardore della speranza che ha trasformato il presidente Usa in un’icona). Agenda e immagini dovrebbero essere le parole d’ordine di Maria Elena, che può ancora invertire la rotta.

La prima mossa: uscire dall’esercito dei renziani (quelli schierati in trincea a difendere in tutto e per tutto il capo, che fanno concorrenza all’Emilio Fede dei tempi dorati del Cavaliere e che più che conquistare voti li fanno perdere, come Andrea Romano, Alessia Rotta, Alessia Morani). La Boschi può permettersi di guardare al di là. Può gettarsi tra le persone (ma non solo alle feste dell’unità) e imporre il suo modo di essere e fare politica. Da questo connubio potrebbe scaturire la scintilla. Non è facile. Aveva ragione Lucio Dalla: “L’impresa eccezionale è essere normali”. Soprattutto per un politico.

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Coalizioni, soglie e collegi. Ecco chi vince con il Rosatellum bis

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L’intesa sul Rosatellum bis ha retto. Nei prossimi giorni comincerà la discussione in Aula alla Camera ma non dovrebbero esserci sorprese. Poi la nuova legge elettorale passerà al Senato. La riforma è il frutto di un accordo a quattro: Pd, Forza Italia, Lega e Ap. Conviene a tutti e quattro. Soprattutto perché prevede che il 36 per cento dei seggi sia attribuito ai partiti in modo maggioritario, con collegi uninominali in cui ogni coalizione avrà, appunto, un solo candidato. Un meccanismo che fa fuori il M5S, che non alleandosi con nessuno non potrà prendere più voti degli avversari. Il 64 per cento dei posti in Parlamento sarà invece assegnato con il proporzionale (tanti voti tanti seggi), con listini bloccati di 2 o 4 candidati (lo deciderà nel prossimo mese un provvedimento del governo). Lo sbarramento è al 3 per cento per i partiti che si presentano in coalizione. Quest’ultima regola dà una mano ai piccoli, Alternativa Popolare di Angelino Alfano su tutti. Pazienza se al ministro degli Esteri non è riuscito il colpaccio: la possibilità che questo 3 per cento sia considerato al Senato soltanto in poche regioni (ne avevano chiesta una ma erano fiduciosi di strapparne tre) invece che su base nazionale. Una modifica che non è stata accettata dagli altri perché non avrebbe armonizzato il sistema di voto per Palazzo Madama con quello di Montecitorio. Facciamo i conti: la nuova legge elettorale conviene dunque a Pd e Forza Italia, leader delle due coalizioni e possibili interlocutori se dopo le elezioni non verrà fuori una maggioranza (esito quasi scontato). Conviene anche alla Lega che sogna di ribaltare i rapporti di forza nella coalizione, prendendo più voti del partito del Cavaliere. Conviene ad Ap, che lavora a un’alleanza di centro. Conviene ai segretari di partito che potranno decidere la maggior parte dei parlamentari grazie ai listini bloccati. Il Rosatellum bis penalizza invece il M5S che con il vecchio Italicum avrebbe potuto anche andare al governo sfruttando il ballottaggio. Penalizza anche Fratelli d’Italia, un partito troppo piccolo per decidere alla pari con Berlusconi e Salvini quando verranno spartiti i collegi ma troppo grande per accontentarsi della rielezione di un gruppetto di parlamentari. E se i big dei partiti tradizionali mettono in risalto l’accordo trovato, il “non partito” va giù duro: «Il Movimento 5 Stelle fa paura, sanno che non ci alleiamo con nessuno e per questo tirano fuori leggi, come la legge elettorale, che premia chi si allea e penalizza noi, per me questi sono veri e propri colpi di Stato» ha detto Alessandro Di Battista a In mezz’ora. «Hanno prodotto le ultime due leggi elettorali incostituzionali, il Porcellum e poi l’Italicum. In nessun Paese al mondo si fa la legge elettorale a due-tre mesi dalle elezioni e per di più una legge che impedisce ai cittadini di eleggere i due terzi dei parlamentari, se non è un colpo di Stato istituzionale questo… Fatto per colpire i 5 Stelle e i cittadini. Ci opporremo in Aula e mi auguro che il presidente della Repubblica non firmerà la legge. È responsabilità anche degli italiani che non scendono in piazza per protestare contro una legge che non li fa scegliere», ha concluso il pentastellato.

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Ma Renzi “il rottamatore” farà campagna elettorale per Athos De Luca?

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Il Pd punta su Athos De Luca come candidato alla presidenza del decimo Municipio di Roma, commissariato per mafia due anni fa. Non proprio una scelta rivoluzionaria per chi ha usato parole come “rottamazione”, è andato al governo in modo non convenzionale ma deciso, ha trascinato (con indubbia determinazione e capacità politica) la sua stanca e variegata coalizione. Ovviamente saranno i cittadini a valutare i programmi che metteranno in campo gli aspiranti minisindaci. Io ho soltanto una curiosità: Matteo Renzi ci  metterà la faccia? Il segretario del Pd farà campagna elettorale a Ostia accanto ad Athos De Luca, settantenne, senatore nel 1996, consigliere comunale nell’era Marino? O farà finta di niente?

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Ministri, candidati e partiti. La grande rissa su Roma

Roma: Raggi, vorremmo presentare giunta prima del voto

La candidata sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, Virginia Raggi, ospite del programma Rai “Porta a porta”, condotto da Bruno Vespa, Roma, 01 marzo 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

Ministri, segretari di partito, candidati: scoppia la grande rissa su Roma. Sarà che la politica ormai è diventata una branca della comunicazione, fatto sta che la Capitale è sempre sotto i riflettori dei partiti. Prima ragione: è la sfida amministrativa più difficile, la prova del fuoco per il MoVimento 5 Stelle. Pd, Forza Italia e company tengono l’attenzione altissima, ovviamente sperando nel fallimento della Giunta Raggi. Avrebbero un argomento efficace per la campagna elettorale, ormai permanente, in vista delle Politiche della prossima primavera: “Hanno i voti ma non sanno governare” ripetono già da tempo sia da destra che da sinistra per far apparire i 5 Stelle inadeguati.

Seconda ragione per cui Roma è diventata decisiva nel dibattito politico: si avvicinano le elezioni alla Regione Lazio (sempre nel 2018). Il governatore uscente, Nicola Zingaretti, sconta un Pd in crisi. Per vincere dovrebbe fare il pieno di voti nella Capitale (le altre province, storicamente, guardano a destra). Dunque anche per lui diventa centrale “sparare” sul Campidoglio. Pure il governo Gentiloni è concentrato su Roma: il ministro Carlo Calenda ha aperto un “tavolo” per riunire tutte le istituzioni ed elaborare un piano di sviluppo per la Capitale benché tra pochi mesi finirà la legislatura. Perché lo fa? “Vuole candidarsi come sindaco” sussurrano in tanti (anche se il ministro fa breccia nell’establishment ma è poco conosciuto dai cittadini). A insidiarlo potrebbe esserci la collega Beatrice Lorenzin, ministro della Salute. Anche lei interviene spesso su Roma, sempre molto critica con la Raggi. Il 5 novembre l’esponente di Ncd presenterà una sua lista alle elezioni di Ostia, sostenendo il candidato, indipendente dai partiti, Andrea Bozzi. Al suo fianco anche una formazione di ex Pd. Praticamente, il partito della Nazione di renziana memoria.

Insomma, sono tutti concentrati sulla città eterna, diventata il centro del nostro dibattito politico. Resta giusto un dubbio: ma questo improvviso “interesse” verso la Capitale servirà a migliorare le condizioni della città o soltanto il posizionamento di alcuni politici?

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