Emanuelli, i sogni e le lettrici. Storia di un successo incompreso (dagli intellettuali)

 

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Una signora incrocia lo sguardo di Roberto Emanuelli. Resta inchiodata al pavimento: “Mi basta guardarti”. Lui si avvicina e sorride. La signora fa due passi avanti, gli stringe le mani: “Stasera mi commuoverò. Le cose che scrivi mi toccano il cuore”.

Il bar-tabacchi-libreria Pallotta a Ponte Milvio, a Roma, si riempie in dieci minuti. Quasi tutte donne (mamme, ragazze, giusto un paio di fidanzati e mariti). E’ la terza presentazione nella Capitale di “E allora baciami” (Rizzoli) che fa parte di un tour con ottanta tappe in Italia.

Emanuelli parla di come è cominciato tutto, di quei mesi difficili in cui fu costretto a tornare a vivere a casa della madre dopo aver concluso una relazione importante e iniziò a pubblicare on line (sul suo blog e poi su Facebook)  alcuni suoi testi. Come una terapia, che ha funzionato. Si sofferma  sul primo libro (“Davanti agli occhi”), stampato a sue spese, poi da un piccolo editore e ora acquistato da Rizzoli che lo ripubblicherà (con qualche modifica) a febbraio. Il successo è stato irrefrenabile. “E allora baciami” ha venduto 100 mila copie in sei mesi. Non ha mai lasciato la classifica dei libri preferiti dagli italiani. Un record. Anche una boccata d’ossigeno per l’editoria.

La comunità costruita da Roberto, che si incontra su Facebook (sulla pagina dello scrittore e sul gruppo “Quelle che non possono più vivere senza un romanzo di Roberto Emanuelli”) e sul suo profilo Instagram, coinvolge 300 mila persone. Lui ancora non si capacita: “E’ così difficile credere ai propri sogni, figuriamoci a quelli degli altri”. Invece è successo. I suoi romanzi, che parlano di amore, dolore, dei rapporti tra figli e genitori, fanno sognare e riflettere. Emanuelli (come ha notato lo scrittore e critico Marco Piscitello) ha creato un nuovo genere letterario che fonde il realismo e la favola.

Ho detto anche ieri, durante la presentazione, che i libri di Emanuelli mi ricordano “Il Sesto Senso”, il film con Bruce Willis, in cui un bambino è spaventato perché vede i defunti. Il suo psichiatra, Willis, gli chiede: “Cosa dicono?”. Intorno a questa semplice domanda, che è la chiave della storia, gira il film che invita (almeno questa è la mia interpretazione) a parlare con i propri fantasmi. A non avere paura. Ho richiamato pure lo scrittore inglese Chesterton (forse abusato, lo cita perfino Renzi) che ha scritto: “Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini lo sanno già. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti”. Ecco, Roberto è sulla stessa linea: le sue storie danno coraggio, dicono che i sogni possono essere realizzati, anche quando siamo convinti del contrario.

Il legame affettivo che ha costruito, in modo sincero (e forse anche inconsapevole delle conseguenze), con la sua comunità (lui la chiama “famiglia”) è soprendente. Alcune ragazze si sono addirittura tatuate una delle frasi che ha scritto, che è diventata il manifesto della comunità: “Siamo solo per pochi”.

In effetti pochi possono afferrarlo da fuori. I puristi della letteratura, i benpensanti con la matita blu e rossa, gli intellettuali tanto al chilo non l’hanno compreso. Nemmeno si sono sforzati di farlo. Non hanno capito il fenomeno sociale (e letterario) rappresentato da Emanuelli che, peraltro, ha portato in libreria un popolo di non addetti ai lavori (già solo per questo meriterebbe una medaglia).

Il contrasto è evidente: da un lato ci sono i suoi lettori o, meglio, le sue lettrici, che lo sostengono e lo ricoprono d’affetto (ricambiate), dall’altro i cultori della materia che non gli hanno dedicato nemmeno una recensione o che l’hanno stroncato senza se e senza ma (è il trattamento riservato a chi è fuori dall’establishment). Non è una novità. Diceva quel personaggio del film “Ferie d’agosto”: “La verità è che voi intellettuali non ce state a capi’ un cazzo”.

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Web, emozioni e partiti. Così nasce la “LovePolitik” (il mio ultimo libro)

LOVEPOLITIK E IO

E’ uscito da una settimana il mio ultimo libro. Si intitola “LovePolitik” (Castelvecchi, 100 pagine, 12,50 euro). E’ una riflessione su marketing e partiti. La mia tesi è che con il web e il tramonto delle appartenenze ideologiche anche la politica sia diventata un’esperienza emotiva. Il MoVimento 5 Stelle ha aperto la strada, declinando politicamente il marketing della condivisione (quello per cui la Coca Cola e la Nutella hanno personalizzato le etichette dei loro prodotti, le case automobilistiche permettono di configurare la propria auto, gli alberghi raccolgono le valutazioni dei clienti, Netflix fa scegliere ai bambini il finale delle fiabe tradizionali, etc.). In questo modo è nato il “partito condiviso”, in cui sono protagonisti i cittadini (come i consumatori per le aziende). E’ l’ultima frontiera della politica, l’unica possibilità per i partiti di rinascere e di ripensare, dal basso, la nostra debole democrazia. Nel testo faccio un piccolo viaggio nella comunicazione politica e mi soffermo su strategie, slogan e aneddoti delle campagne elettorali dei presidenti americani ed europei. Il libro contiene anche un’intervista al candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, e la prefazione di Gianluca Comin.

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Si vota a Ostia. La paura dei partiti, CasaPound e la Lorenzin. Vincerà il futuro?

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Finalmente si vota! Dopo oltre due anni di commissariamento per mafia, i residenti del decimo Municipio di Roma decideranno a chi affidare l’amministrazione di un territorio grande quanto una media città italiana.

Il timore più grande in queste ore è che l’affluenza sia molto bassa, che i cittadini di Ostia e dintorni abbiano perso completamente la fiducia non solo nei politici ma anche nella possibilità che qualcosa possa cambiare.

In questo tempo così magro di entusiasmi il nemico numero uno è l’indifferenza, l’idea che ormai la situazione sia troppo compromessa per sperare che arrivi un gruppo di persone che ha a cuore i problemi della comunità e la competenza per risolverli.

Diciamola tutta, la campagna elettorale non ha aiutato. Anzi. Il Pd è talmente spaventato di un’eventuale disfatta che i big del partito non sono mai andati a sostenere il loro candidato. Il segretario Matteo Renzi e il governatore Nicola Zingaretti si sono tenuti a debita distanza. Nemmeno il capogruppo del Pd in Campidoglio, Michela Di Biase, è andata a fare campagna elettorale. Il cerino è rimasto in mano al segretario romano Andrea Casu, unico a spendersi in una situazione molto complicata. Invece Centrodestra e M5S non si sono tirati indietro. La posta è alta per entrambi: Forza Italia e company sperano di fare il colpaccio, i pentastellati di evitare una sconfitta che peserebbe sul Campidoglio.

Poi c’è la scommessa del ministro Beatrice Lorenzin (anche lei ci ha messo la faccia) con la lista centrista. Occhi puntati pure su CasaPound che potrebbe avere un risultato clamoroso. Chiunque vincerà (o, meglio, arriverà al ballottaggio) la speranza è che i cittadini ricomincino a immaginare il futuro.

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AIUTATE ORFINI A PAGARE IL MUTUO!

orfini e renzi

Non bastavano le perdite dei risparmiatori ingannati da promotori finanziari senza scrupoli, il caso Banca Etruria, la rielezione a Palazzo Koch del governatore Visco (ostacolata tardivamente e goffamente da Renzi e company),  la Commissione d’inchiesta sugli istituti di credito creata soltanto alla fine della legislatura (in funzione chiaramente elettorale). No, non bastava tutto questo. Ad Agorà, su Raitre, il presidente del Pd Matteo Orfini ha detto, incalzato dal giornalista del Fatto quotidiano Antonello Caporale: “L’unico problema che ho con le banche è pagare il mutuo ogni mese”. Lui? Orfini fa fatica a pagare il mutuo? Dovrebbe chiedersi allora quanta fatica fanno le famiglie italiane (quelle che non hanno un deputato a casa) a coprire le rate.

Mi chiedo: possibile che finita la fortunata (e sacrosanta) retorica della rottamazione, Renzi, Orfini e gli altri del Pd non riescano più a essere in sintonia con il Paese? Non riescano a parlare dei problemi che attanagliano gli italiani e finiscano pure per scivolare in modo così sorprendente? E dire che prima della battuta di Orfini Agorà aveva mandato in onda un bel servizio sulla drammatica situazione dei cittadini di Ferrara che hanno perso un sacco di soldi in investimenti poco chiari. Chissà cosa avranno pensato loro e gli altri risparmiatori truffati di Orfini in difficoltà a pagare il mutuo.

Il segnale per l’ex premier e per i dirigenti Dem è evidente (è soltanto l’ultimo di una lunghissima serie): nel partito serve una rivoluzione politica (di contenuti) e di comunicazione. Servono persone che conducano vite normali, che si scontrino con i problemi di tutti i giorni, che lavorano, che portano i figli a scuola, che prenotano i vaccini e devono attendere un anno per farli. Soltanto con un cambiamento del genere il Pd potrà ripartire, liberandosi degli Orfini, dei Romano, delle Rotta, dei soldati che con l’elmetto si schierano a difesa del segretario. Spesso tralasciando il senso della realtà, che un politico non dovrebbe mai perdere.

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I referendum del Nord restituiscono a Salvini la Lega di Bossi e gelano Renzi

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I referendum del Nord sono stati un successo. Ma se da un lato incoronano i governatori di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia, che coraggiosamente hanno portato avanti un percorso pieno di difficoltà, dall’altro sgonfiano il progetto della Lega nazionale immaginato da Matteo Salvini.

Le consultazioni restituiscono al leader del Carroccio il partito del tanto vituperato Umberto Bossi. Come farà ora Salvini ad andare in Sicilia o nel resto del Sud (ma anche a Roma) a raccontare di voler migliorare l’intero Paese nel caso conquistasse il governo quando dovrà assegnare più soldi e competenze a Lombardia e Veneto?

Zaia ci ha provato a tenere insieme le due prospettive richiamando la Costituzione e l’unità dell’Italia ma il cortocircuito condanna la Lega a tornare all’antico, a quel federalismo nordista (se non proprio alla secessione) che è stato il suo cavallo di battaglia per anni. A proposito, Salvini cambierà l’articolo uno dello statuto del Carroccio che punta all’indipendenza della Padania o, dopo le consultazioni, farà finta di niente?

Ma i referendum confermano anche la difficoltà dell’ex premier Matteo Renzi e del Pd a comprendere e intercettare il Nord. Un’occasione clamorosamente persa anche per il sindaco di Milano Giuseppe Sala e per il numero due del Pd, Maurizio Martina.

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Padania o Italia? L’ultimo cortocircuito di Salvini

Matteo Salvini con Luca Zaia alla sede della Lega di Campodarsego

Solo la Padania o tutta l’Italia? Questo è l’ultimo dilemma di Matteo Salvini. Non bastavano le difficoltà (inevitabili) a gestire il rapporto con Forza Italia: come fanno a stare nella stessa coalizione un partito europeista e popolare che punta a riconquistare i cosiddetti moderati e uno che vorrebbe uscire dall’euro e che ogni giorno alza i toni per tentare di strappare consensi ai 5 Stelle? Ma ora si apre il fronte dei referendum. Si terranno domenica in Lombardia e in Veneto. L’obiettivo è chiedere più autonomia e più soldi (anche se soltanto la consultazione costerà 60 milioni di euro).

Ecco il nodo: la Lega di Matteo Salvini vuole ancora l’autodeterminazione del Nord (se non più la secessione) come chiedono i governatori Maroni e Zaia o, al contrario, scommette su un progetto nazionale (come sembrava volesse il leader leghista)?

Da parte sua, Silvio Berlusconi ha risolto il cortocircuito facilmente: “Noi vogliamo proporre un referendum sull’autonomia per tutte le regioni italiane per spostare le competenze dal centro alla sede giusta che è quella regionale”.

Salvini, invece, è finito all’angolo. Se ci fossero dubbi, il suo vice, Giorgetti, è esplicito: “L’articolo 1 dello Statuto della Lega Nord (che prevede l’indipendenza della Padania, ndr) non è cambiato”. Dunque delle due l’una: il Carroccio tornerà sulle posizioni di Umberto Bossi o continuerà sulla strada di una Lega nazionale sconfessando i referendum e cambiando lo statuto? Un bivio che rischia di penalizzare la Lega e spaccare il centrodestra. Un esito tuttavia scontato nell’era della politica orientata al consenso.

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Età, studi, politica e non solo: Di Maio come l’austriaco (quasi premier) Kurz

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Sebastian Kurz sarà il prossimo cancelliere dell’Austria, il più giovane del mondo.  Lo chiamano «Wunderwuzzi» (bambino prodigio) perché la sua corsa verso il governo è cominciata prestissimo. Leader dei Popolari, ha conquistato la maggioranza relativa alle elezioni di pochi giorni fa e costruirà un governo con l’ultradestra, che ha avuto un risultato sorprendente.
I «numeri» di Kurz ricordano quelli del candidato premier del M5S, Luigi Di Maio. Entrambi sono diventati deputati a 26 anni, entrambi aspiranti premier a 31, entrambi studenti di giurisprudenza, entrambi hanno interrotto l’università per fare politica, entrambi erano già molto attivi nelle organizzazioni studentesche. Non solo. Tutti e due hanno una madre insegnante e una compagna da cui non si separano mai. In Austria Kurz è già stato sottosegretario e ministro degli Esteri, in Italia Di Maio vicepresidente della Camera. In Austria nessuno si stupisce di un premier giovane, non laureato e che governerà con i “populisti” (è stato il più votato), in Italia sembra invece un’eresia, tanto che gli insulti e le polemiche continuano a oscurare il dibattito sui contenuti politici.

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