I contributi dei parlamentari? Top secret

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È impossibile sapere quanti contributi hanno versato i parlamentari che riscuotono i vitalizi. Ci ha provato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, a risolvere il giallo ma non c’è stato niente da fare. Alla lettera che l’istituto di previdenza ha inviato al ministero del Lavoro per avere i dati, la riposta è stata piuttosto sbrigativa: consultate il sito internet. In nome dell’«autodichia», cioè la facoltà di decidere in modo autonomo, il Parlamento non ha ceduto nemmeno di fronte alle insistenze successive di Boeri. Peccato, però, che proprio da lì, dove è stata parcheggiata la proposta Richetti che punta a tagliare i vitalizi, sia arrivata la richiesta all’Inps di calcolare le conseguenze della norma. Un compito che, però, l’istituto non può svolgere proprio per la mancanza di quei dati che restano negli uffici di Montecitorio e Palazzo Madama. Un cortocircuito, insomma, che non ha risparmiato l’accusa a Boeri di voler intralciare il lavoro degli onorevoli, intaccando pure la loro autonomia per conquistare visibilità con la questione dei costi della politica.
Da parte sua il presidente dell’Inps non ha intenzione di indietreggiare di un millimetro. Ieri,durante il convegno «Le emergenze europee: dalle banche alla Brexit»all’Università Cattolica di Milano, ha definito «scandalosa» l’impossibilità di avere i dati e poi ha evidenziato anche il privilegio di alcuni sindacalisti che «alimentano» i propri contributi versati a fine carriera. «A noi e alla ragioneria di Stato – ha spiegato il presidente dell’Inps – è stato chiesto di fare delle valutazioni su diverse proposte di legge sulla riduzione dei vitalizi, come ad esempio il disegno di legge Richetti. Volevamo fare stime puntuali di cosa sarebbe accaduto applicando quella legge, ma ci è stato impossibile. Avevamo bisogno di dati sui contributi versati dai parlamentari in passato, ma questi dati non ci sono stati forniti. Lo trovo scandaloso».
Poi ha aggiunto: «Credo che chi ha cariche pubbliche debba rendere pubblica la propria posizione contributiva. Se proprio non la si vuole rendere pubblica, quantomeno bisogna dare i dati disaggregati sul singolo parlamentare a chi deve valutare l’effetto di certe politiche. Ogni volta che dico questo il questore della Camera mi ripete che invece i dati sono pubblici. Ma non è vero, perché rendono pubblico solo il totale. Credo che sia un fatto grave anche rispetto all’opinione pubblica, che aumenta il sentimento di ostilità nei confronti della nostra classe dirigente».<WC> In effetti consultando i bilanci di Camera e Senato si arriva soltanto alla spesa complessiva per i vitalizi. Ne hanno diritto 2.600 ex parlamentari e costano 215 milioni di euro all’anno (137 milioni per gli ex deputati e 78 milioni per gli ex senatori).
A questi, peraltro, andrebbero aggiunti i 3.500 vitalizi pagati agli ex consiglieri regionali, che impegnano altri 150 milioni all’anno. Avere i dati sarebbe utile, secondo il presidente dell’Inps, anche per capire se è vero che «togliendo i vitalizi molte di queste persone rimarrebbero senza alcun reddito in età avanzata. Moltissimi ex parlamentari – spiega Boeri – hanno anche una pensione Inps oltre al vitalizio, pensione che non solo deriva da precedenti o succesive carriere, ma anche da contributi figurativi che sono stati loro versati mentre loro svolgevano le cariche elettive. Quindi avere il dato complessivo sulla posizione contributiva e previdenziale di queste persone sarebbe estremamente utile». Forse è per questo che i dati non escono fuori: cadrebbe una delle obiezioni dei parlamentari che non vogliono approvare la proposta di legge Richetti. Ma Boeri ha parlato anche di «una prassi consolidata in Italia che permette ai sindacalisti di poter alimentare i contributi, spesso verso la fine della loro carriera lavorativa, per poi accreditarli sulla cosiddetta quota A». Si tratta di una quota che, come ha spiegato il presidente dell’Inps, «valorizza i contributi versati nell’ultimo periodo della carriera lavorativa. Se invece fosse nella quota B, come avviene per i comuni mortali, sarebbe spalmata nel corso degli ultimi 10 anni di carriera, con un effetto molto minore. La legittimazione è che si tratterrebbe di componenti fisse e continuative della contribuzione. Ma – spiega ancora Boeri – è una palese contraddizione: innanzitutto si tratta di cariche temporanee, in secondo luogo si tratta di contributi del tutto discrezionali, quindi non hanno le caratteristiche della continuità e della fissità. Su questo abbiamo richiesto l’autorizzazione del Ministero, che non ci è stata data, ma siamo intenzionati ad andare avanti».

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Case a chi okkupa, il trucco della Regione Lazio. Ma la Raggi non abbocca

raggi zinga

Suonava strano che la Regione Lazio avesse offerto 40 milioni di euro (in realtà 30) al Campidoglio per l’emergenza casa e che il sindaco Virginia Raggi non avesse accettato. Per un paio di giorni l’ente ospitato nel palazzone di via Cristoforo Colombo ha martellato il Comune, tentando di accreditare la tesi dell’inadeguatezza dei pentastellati. Ma era soltanto un trucco, scoperto nel giro di poche ore ma, chissà perché, poco pubblicizzato (l’ha scritto soltanto Il Tempo). I soldi della Regione, infatti, sono vincolati all’accettazione da parte del Comune di una condizione: concedere una parte degli alloggi agli occupanti abusivi di immobili pubblici e privati (a cui, evidentemente per la vicinanza con la Sinistra, la Regione strizza l’occhio). Un principio ingiusto (ci sono diecimila persone in lista d’attesa da oltre dieci anni, che non hanno mai occupato edifici) e pericoloso (incentiva l’occupazione abusiva, cioè un reato).  Con due delibere (la 109 e la 119 del 2016) la Regione di Nicola Zingaretti  ha modificato il regolamento per l’assegnazione delle abitazioni e ha prescritto: “Per rispondere alle emergenze abitative registrate da Roma Capitale…la Giunta regionale attua un programma straordinario di interventi per l’emergenza abitativa, riservando un complesso di alloggi ai nuclei familiari presenti in immobili di proprietà pubblica o privata impropriamente adibiti ad abitazione per stato di estrema necessità”. Come dire: hai okkupato abusivamente un edificio? Bravo, hai diritto a una casa. Il Campidoglio della Raggi, che ha sempre chiarito di volersi impegnare per riportare la legalità nella Capitale, non ha accettato questa condizione. Anche per coerenza: è in prima linea negli sgomberi degli edifici. Qualcuno può dargli torto?

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Tra Consip e vigili del fuoco, povera Italia

Ci sono due casi accaduti in questi giorni che spingono a perdere la già fragile speranza nella possibilità di un risveglio del nostro Paese.

Il primo riguarda l’inchiesta Consip. Secondo gli accertamenti dell’Anac di Cantone ci sarebbe un appalto da 2,7 miliardi pilotato a favore di tre aziende. La Consip è la centrale degli acquisti pubblici, creata in seno al ministero dell’Economia proprio per evitare la mancanza di trasparenza e altre peggiori conseguenze. Se la corruzione c’è anche lì…

Il secondo caso è avvenuto a Ragusa dove un gruppo di vigili del fuoco volontari appiccava incendi per ottenere l’indennità di dieci euro prevista a seguito degli interventi. Senza parole.

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Il sondaggio segreto che spaventa Berlusconi (e fa volare il M5S)

M5s: interventi parlamentari ma sole e caldo hanno la meglio

Un sondaggio «segreto», commissionato e ricevuto pochi giorni fa, avrebbe convinto Silvio Berlusconi a proporre nuovi leader per il suo partito, tra gli altri l’amministratore delegato di Fca Sergio Marchionne, oltre che candidati giovani e impegnati nella società civile. Non è una novità che l’ex premier faccia ricorso alle ricerche statistiche prima di prendere decisioni politiche. Ebbene, il sondaggio che l’avrebbe fatto saltare dalla sedia afferma che Luigi Di Maio, candidato premier in pectore del M5S, è il politico preferito dagli italiani in questo momento. Non solo. Al secondo posto ci sarebbe il deputato romano, sempre 5 Stelle, Alessandro Di Battista. Il segretario del Pd, Matteo Renzi, invece, sarebbe scivolato in quinta posizione. Dati parziali, filtrati dalle indiscrezioni che arrivano da Palazzo Grazioli.

Uno scenario che il Cavaliere non si aspettava, soprattutto dopo l’esito deludente per il MoVimento delle elezioni amministrative. Invece gli ultimi dati dimostrerebbero che i mancati ballottaggi a Genova e a Palermo non hanno fatto perdere consenso ai 5 Stelle. Sui singoli esponenti il trend segna una crescita rilevante della popolarità di Di Maio e Di Battista. Il primo rappresenta l’anima più istituzionale del «non partito», è vicepresidente della Camera. Il secondo ha un approccio più «movimentista»: ha girato l’Italia in lungo e in largo in scooter per sostenere il No al referendum costituzionale, ha dormito sul tetto di Montecitorio, sempre per difendere la Carta, s’è reso protagonista di mille battaglie in Aula.

Il sondaggio ha spinto Berlusconi a elaborare una strategia di comunicazione specifica: far apparire gli esponenti del MoVimento 5 Stelle come i «comunisti» del 1994. Proprio per non lasciare l’Italia a loro, disse nel celebre discorso della discesa in campo il 26 gennaio di 23 anni fa, si candidava alle elezioni, con l’obiettivo di cambiare l’Italia. Adesso la narrazione del Cavaliere segue lo stesso registro. Ha detto più volte che i 5 Stelle al governo distruggerebbero il Paese. A maggio scorso in un comizio per sostenere la candidatura di Allevi a sindaco di Monza, Berlusconi ha attaccato: «L’80% dei parlamentari di Grillo non ha mai presentato una dichiarazione dei redditi: vuol dire che sono senza né arte né parte. I due più visibili sono un fiume in piena perché sono fuori corso, non hanno preso mai nemmeno una laurea» ironizzava riferendosi a Di Maio e Di Battista. Vedremo se i sondaggi successivi gli daranno ragione.

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Il voto (a perdere) nel Lazio

Regione-Lazio

C’è un governatore in carica che non sa se ricandidarsi alle prossime Regionali. C’è un candidato di centrodestra che potrebbe finire nel centrosinistra. E c’è un altro candidato (5 Stelle) scongelato dal suo partito per tentare la scalata al palazzone di via Cristoforo Colombo dove, non a caso, hanno girato una delle avventure del ragionier Fantozzi. Benvenuti nel Lazio, dove lo scenario politico in vista delle prossime elezioni regionali è piuttosto caotico e risente di una coincidenza che sembra destinata a realizzarsi: le consultazioni regionali si svolgeranno lo stesso giorno (o comunque lo stesso periodo) di quelle politiche. E allora tutto si mischia e anche quello che sembrerebbe imprevedibile diventa realistico. Andiamo con ordine. Il presidente Nicola Zingaretti (Pd) ha annunciato che si ricandiderà. Ma nessuno ci crede. È significativo che quando l’ha comunicato gli unici politici che non abbiano espresso giubilo (anche ipocrita) siano stati Matteo Renzi e Matteo Orfini, non proprio due passanti. Ma, rispettivamente, segretario e presidente del Pd. Con i quali i rapporti sono ormai compromessi, anche perché Zingaretti ha scelto di andare in piazza Santi Apostoli ad applaudire Pisapia, Bersani e D’Alema. Ha preso parte al rito del rancore contro Renzi. Il segretario, ovviamente, non ha gradito. Se a questo si aggiunge che lo stesso governatore non vorrebbe imbarcarsi in una campagna elettorale dall’esito quanto mai incerto, allora diventa credibile l’exit strategy: una candidatura al Senato (dove la legge elettorale prevede l’assegnazione dei seggi su base regionale) in quota Orlando (che guida la minoranza del Pd). Ma guardando gli altri schieramenti la confusione non diminuisce. Anzi. A Forza Italia piacerebbe candidare alla presidenza del Lazio Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice. Tuttavia proprio Fratelli d’Italia, che sarebbe il suo partito, non è convinto della scelta. Anche perché starebbe lavorando alla discesa in campo di Giorgia Meloni (reduce da un ottimo risultato a Roma) o di Fabio Rampelli, capogruppo alla Camera. Nella strettoia creata da questa indecisione si sarebbe infilato il diabolico Matteo Renzi che avrebbe proposto a Pirozzi una collaborazione, diciamo, post-ideologica.

Infine ci sono i 5 Stelle. L’idea è che possa partecipare alle Regionarie, le primarie pentastellate, Roberta Lombardi, che avrebbe ottime possibilità di vincerle. È stata il primo capogruppo del MoVimento alla Camera e può contare sul consenso di gran parte degli attivisti romani. Peccato che abbia un rapporto difficile (tanto per usare un eufemismo) con il sindaco di Roma. Proprio per questo per alcuni mesi è stata messa all’angolo dai vertici del «non partito» che hanno stigmatizzato i suoi continui attacchi a Virginia Raggi. Due giorni fa s’è voltata pagina, con tanto di selfie «riparatore» tra Beppe e Roberta. Alla Raggi saranno spuntate le bolle. Ma in questa pazza politica, per la Lombardi tifa di certo Zingaretti. Una candidatura forte del M5S, infatti, avrebbe l’effetto di evitare un esodo di voti pentastellati verso il centrodestra e con un sistema elettorale a turno unico come quello regionale (chi prende più voti vince) avvantaggerebbe il centrosinistra.

La situazione è grave ma non seria, direbbe Flaiano. E poi in politica nove mesi sono un’era geologica. Può succedere ancora di tutto. E pure il suo contrario.

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Mi tagli il vitalizio? Licenzio la badante!

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Ma quale privilegio, senza vitalizio gli ex parlamentari dovrebbero rinunciare pure alla badante! Lo dice il presidente dell’associazione che riunisce gli ex deputati e gli ex senatori, Antonello Falomi, che si oppone al taglio degli assegni conquistati dopo uno o più mandati trascorsi in Parlamento. Il M5S ha chiarito che voterà il testo presentato da Matteo Richetti (Pd) e dunque ne ha reso possibile il via libera anche al Senato in poche settimane. Ma Falomi non ci sta: con le nuove norme «molti ex parlamentari sarebbero in difficoltà, alcuni hanno bisogno della badante. Non siamo privilegiati. Chi vuole questa legge considera criminale chi ha fatto politica. Fanno propaganda, sanno che la Corte boccerà tutto. Un’arma di distrazione di massa» ha detto Falomi alla “Zanzara” su Radio 24. «Il salario e la pensione del parlamentare non sono assimilabili a quelli della persona normale. I politici hanno una funzione di garanzia. È giusto che vengano pagati di più. È giusto che prendano di più rispetto a un cittadino normale», ha aggiunto. Poi ha fatto i conti: «Io prendo quattromila e settecento euro per quattro legislature. Il vitalizio medio di tutti gli ex parlamentari è 3.500 euro, non è pensione d’oro». Se fosse approvato il testo di Richetti condiviso dai 5 Stelle i vitalizi sarebbero ricalcolati con il sistema contributivo (quello in vigore per le attuali pensioni di tutti i lavoratori italiani). Inevitabilmente sarebbero tagliati in modo rilevante (secondo le stime dell’Inps del 45 per cento). Ma gli ex parlamentari annunciano che presenteranno ricorso, puntando sul fatto che i diritti acquisiti non si toccano. Ora che c’è una maggioranza disponibile a ridurre gli assegni la domanda è d’obbligo: il Parlamento riuscirà davvero a raggiungere il traguardo? Il M5S (e non solo) ha dei dubbi. Da giorni ipotizza che il Pd potrebbe approvare la norma alla Camera e poi farla naufragare al Senato. Dal canto loro, i dem assicurano che andranno fino in fondo. Chi avrà ragione? Bisogna soltanto attendere. Dipende tutto dalla proverbiale “volontà politica”. In fondo la legge che ha permesso ai partiti di ottenere i rimborsi elettorali anche senza presentare i propri bilanci alla Commissione che avrebbe dovuto esaminarli è stata approvata in pochissimi giorni.

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Sui vitalizi ex deputati ed ex senatori si salvano a vicenda

deputato

È una storia tipicamente italiana. Una di quelle che sembrerebbe frutto della fantasia di un «genio del male» e che invece dimostra che spesso la realtà va oltre ogni previsione realistica. Ecco la vicenda. Alla fine di marzo la Camera dei deputati ha approvato un provvedimento per stabilire un contributo di solidarietà su tutti i vitalizi superiori a 70 mila euro all’anno. Non proprio un sacrificio. Infatti la riduzione è pari al 10 per cento della somma eccedente i 70 mila e fino agli 80, del 20 per cento per gli assegni che variano da 80 a 90 mila euro all’anno, del 30 per cento per quelli da 90 a 100 mila e del 40 per cento per i vitalizi che oltrepassano i 100 mila euro all’anno. Significa che se un ex deputato guadagna 71 mila euro dovrà versare 100 euro in un anno. Ovviamente il provvedimento ha suscitato molte polemiche, soprattutto da parte di quei partiti, MoVimento 5 Stelle in testa, che avevano proposto di cancellare o di rivedere totalmente i vitalizi. Ma è entrato in vigore da questo mese. Gli ex deputati hanno presentato ricorso e hanno dato mandato di rappresentarli all’avvocato (ed ex parlamentare) Maurizio Paniz. Proprio lui ha spiegato pochi giorni fa che «il contributo di solidarietà viola il principio di uguaglianza, sancito dalla nostra Costituzione. Perché gli ex deputati sì e i senatori, i parlamentari in carica e i vertici di altre amministrazioni dello Stato no?».

Se gli ex inquilini della Camera puntano sul fatto che i senatori non abbiano approvato lo stesso provvedimento di Montecitorio, gli ex del Senato basano la loro attesa proprio sui ricorsi presentati dai primi. La renziana Rosa Maria Di Giorgi, vicepresidente del Senato, è stata chiara: «Non abbiamo preparato nessun testo. Sulla delibera Sereni pendono già dei ricorsi di alcuni ex parlamentari. Attenderemo l’esito e poi valuteremo il da farsi». Un cortocircuito e, allo stesso tempo, una strategia che potrebbe consentire agli ex parlamentari di evitare l’esiguo contributo di solidarietà. Il 7 giugno si riunirà il Consiglio di giurisdizione della Camera, un organismo in cui siedono tre deputati (tra cui due renziani), che potrebbe sospendere la delibera di Marina Sereni (sempre Pd) che ha introdotto la riduzione. Ma prima di allora, il 31 maggio, andrà in Aula la proposta di legge presentata dal dem Richetti che chiede di ricalcolare i vitalizi con il sistema contributivo (come per le pensioni degli altri italiani). Se passasse, i vitalizi sarebbero ridotti, in media, del 40-45 per cento.

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